L’annuncio giunto da Gerusalemme, a firma del Patriarca Latino Pierbattista Pizzaballa e del Patriarca Greco-Ortodosso Teofilo III, ha il sapore di una decisione che va oltre la politica e persino oltre la prudenza umana: la Chiesa non lascerà Gaza. Sacerdoti, religiose e comunità cristiane rimarranno nei loro recinti, accanto ai rifugiati, a quanti non hanno la forza di fuggire e a chi non avrebbe comunque un luogo dove andare.
In un tempo in cui la logica della guerra impone evacuazioni, sfollamenti e distruzioni, la scelta dei pastori assume il valore di una testimonianza radicale. Non si tratta di ingenuità né di sfida sterile all’autorità, ma della fedeltà a un compito: rimanere con le pecore, soprattutto con quelle più fragili. Non è forse questa la missione del Vangelo?
Oggi, circa 550 cristiani – metà cattolici e metà ortodossi – hanno trovato rifugio nella parrocchia latina della Sacra Famiglia, insieme a decine di persone con disabilità affidate alle Suore Missionarie della Carità.
Altri 150 sono accolti nel complesso ortodosso di San Porfirio. In quei luoghi, che avrebbero potuto chiudersi nella paura, si distribuiscono medicine, si condividono viveri, si cura chi soffre, senza domandare la religione di ciascuno. La Chiesa diventa così non solo casa per i suoi figli, ma ospedale da campo per un popolo intero.
Nelle parole dei Patriarchi risuona un appello che non può essere ignorato: “Non può esserci futuro basato sulla prigionia, sullo sfollamento o sulla vendetta”. È la voce dei profeti che, in mezzo al frastuono delle armi, ricordano che l’odio non genera pace, e che la vendetta non guarisce le ferite. È un grido che si leva da una terra martoriata da decenni, e che chiede finalmente ascolto.
La decisione della Chiesa a Gaza interpella tutti noi. Interpella i cristiani del mondo, chiamati a sostenere i fratelli con la preghiera e la solidarietà concreta. Interpella i governi, che non possono ridurre il conflitto a mere strategie militari, dimenticando la dignità di chi resta senza pane e senza tetto. Interpella infine le coscienze di ogni uomo e donna di buona volontà: da che parte stiamo? Con chi fugge e cerca vendetta, o con chi rimane e si fa compagno di chi soffre?
Nella notte più buia della guerra, la presenza silenziosa della Chiesa a Gaza diventa segno di speranza. È una piccola luce che resiste al vento della violenza. È la certezza che, anche nel deserto della guerra, il seme del Vangelo continua a germogliare, annunciando che l’ultima parola non sarà la morte, ma la vita.
