La Columbia Journalism School, fondata per formare giornalisti indipendenti capaci di proteggere la democrazia, oggi appare in molti aspetti ormai schiacciata in un cono d’ombra ideologico che minaccia ciò che in teoria dovrebbe difendere: l’equilibrio, la libertà di pensiero, l’obiettività (seppure problematica), la pluralità di opinioni. Sotto la presidenza di Jelani Cobb e con un corpo docente che sembra condividere in larga misura la stessa gamma di visioni progressiste, la scuola sembra aver abbandonato ogni pretesa di neutralità, adottando implicitamente una posizione di parte che riduce lo spazio per chi non condivide le stesse “assunzioni politiche di base”.
Il problema non è che la scuola abbia posizioni morali o politiche — ogni istituzione, ogni individuo le ha — ma che queste vengono trattate come incontestabili, come fondamento non discutibile del suo insegnamento e delle sue pratiche amministrative. C’è una tendenza crescente a definire ciò che è “giusto” o “accettabile” non secondo principi di giornalismo — verifica, pluralità, trasparenza, critica — ma secondo affiliazioni ideologiche, movimenti sociali, narrative politiche dominanti.
Le proteste pro-Palestina al campus, le accuse di antisemitismo, le controversie sulla libertà accademica sono esempi recenti: sembra che le istituzioni non sappiano più gestire o tollerare il dissenso che non si allinea al paradigma politico prevalente, e ciò rischia di trasformare la scuola in un spazio monolitico, dove la conformità diventa moneta corrente.
Un altro punto critico è la gestione delle questioni “interna‑politica” nei corsi: la concentrazione politica, i programmi “Politics Concentration”, le iniziative come “The Democracy Initiative” e simili sono state configurate in un modo che dà per presupposto che certe critiche al sistema esistano solo in una direzione (verso la destra, verso i conservatori, verso le istituzioni statali), mentre le critiche dall’altra parte — dai più tradizionalisti, dai pauperisti di idee (nel senso largamente inteso), da chi si sente censurato — sono tollerate a malapena e spesso marginalizzate.
Questo non è solo un problema accademico: è un problema di credibilità giornalistica, perché un buon giornalista deve essere in grado di comprendere, smontare e persino difendere argomentazioni che non condivide, per testare la solidità delle proprie convinzioni.
Le conseguenze sono due: da un lato, studenti che non si sentono rappresentati, che temono ripercussioni (sociali, professionali) se espongono opinioni difformi; dall’altro, un danno al prestigio accademico, al rispetto pubblico: se la scuola assume un tono militante più che educativo, se il dissenso interno diventa tabù, ogni affermazione di libertà di stampa rischia suonare paradossale.
In conclusione, la Columbia Journalism School rischia, nella sua enfasi morale e politica, di tradire la vocazione originaria che le fu propria — quella di essere un luogo dove si insegna non cosa pensare, ma come pensare criticamente. Se non recupera un vero pluralismo, se non riconosce che la certezza ideologica non è una virtù, finirà per perdere ciò che la rendeva preziosa: l’indipendenza del giudizio, la capacità di interrogare il potere non solo dall’esterno ma anche dalla propria parte, la libertà — rischiosa, ma necessaria — di essere scomodo anche quando tutto il contesto dice di essere omologato.
