La recente sentenza della Corte Costituzionale, che estende il congedo di paternità obbligatorio a una cosiddetta “madre intenzionale” in una coppia lesbica, rappresenta non soltanto un insulto al buon senso e al diritto naturale, ma un atto eversivo contro la verità antropologica e l’ordine creato.
È una decisione che va ben oltre il campo giuridico: si tratta di una capitolazione totale all’ideologia gender, una resa vergognosa alle pretese di una minoranza che vuole rimodellare l’essere umano a propria immagine ideologica.
Questa sentenza sancisce l’abolizione simbolica del padre, degradato da figura insostituibile e naturale a mera casella burocratica, da riempire a piacere con soggetti che nulla hanno a che fare con la paternità reale.
È un tradimento gravissimo perpetrato non solo contro la famiglia, ma contro l’infanzia stessa: si legittima, per via giudiziaria, la menzogna secondo cui due madri possano sostituire un padre. No, non possono. Né biologicamente, né psicologicamente, né moralmente.
La Corte Costituzionale, chiamata a custodire l’architettura della nostra Carta fondamentale, si è invece posta al servizio dell’ingegneria sociale più distruttiva.
Ha sovvertito il significato stesso delle parole, ridotto la genitorialità a un’intenzione soggettiva, scardinato il vincolo tra biologia e identità, tra realtà e diritto. È il trionfo del positivismo giuridico più cieco, di un diritto senza verità, senza limiti, senza umanità.
Ma non è solo il diritto a crollare: è la civiltà che viene minata alla base. Senza la famiglia fondata sull’unione stabile tra un uomo e una donna, aperta alla vita, non esiste futuro. Ogni cedimento a queste falsificazioni legislative e giudiziarie è un passo verso il nichilismo, verso l’atomizzazione sociale, verso un mondo in cui tutto è artificiale, manipolabile, invertito.
Non basta più indignarsi. Occorre ribellarsi. Ribellarsi con fermezza e coraggio a questa impostura, a questa offensiva contro il reale. I giuristi, i politici, gli educatori, i padri e le madri responsabili devono denunciare pubblicamente questo abominio giuridico. Tacere equivale a collaborare.
La verità non si cancella con una sentenza. La verità resta: un bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Non di due “madri”. E chiunque, in nome di una presunta “inclusività”, pretenda di equiparare ciò che per natura è ineguale, commette un crimine contro l’umanità, contro l’infanzia, contro la verità.
Che la storia ricordi questo giorno non come un progresso, ma come una vergogna. E che gli uomini liberi non dimentichino mai che “resistere all’errore è un dovere morale”.
Angelica La Rosa
