di Vincenzo Silvestrelli
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IL COMMERCIO IN PRESENZA E I NEGOZI SONO UN ELEMENTO DEL BENE COMUNE E VANNO DIFESI
Girando per la città è sempre più evidente la chiusura di molti esercizi commerciali. È un effetto devastante e non gestito indotto dall’aumento del commercio elettronico. Il ruolo delle città e anche dei borghi, da sempre centri di incontro e di commercio, è profondamente alterato, portando subito al progressivo abbandono delle strade a partire da quelle più marginali. Il cittadino comune collabora a questo processo. Acquistare online è comodo ed economico. La risposta al fenomeno deve partire perciò da una visione complessiva. Non bastano gli strumenti amministrativi senza una cultura condivisa che tenga conto del valore sociale del rapporto personale che si attua nel commercio e, in generale, nelle città e nei borghi. L’antica avversione per il commerciante è sfruttata dalle catene per incentivare gli acquisti online. Il lavoro del commerciante non è sempre valutato positivamente e lo si vede spesso come uno speculatore. Il consumatore comune perciò vede nell’acquisto in rete un’arma di difesa contro le asimmetrie informative rispetto a chi vende che gli consentono di acquisire beni a prezzo inferiore.
Il problema è antico e basato sulla nozione di valore delle cose. Uno dei primi a porselo furono Duns Scoto (1265-1308) che nella sua trattazione dell’economia spiegò la collaborazione al bene comune del commerciante partendo dalla riflessione sul tema del valore dei beni (San Bernardino da Siena a proposito del valore delle cose parla della raritas, cioè la scarsità del bene, la complacibilitas, cioè la volontà soggettiva di appagare un bisogno piuttosto che un altro – gusto individuale e personale – e della virtuositas cioè le intrinseche qualità e proprietà che rendono un bene più adatto di un altro a soddisfare i nostri bisogni) e distinguendo tra valore di uso e valore di scambio. Afferma San Giovanni Duns Scoto: «Inoltre, chiunque può lecitamente vendere le proprie capacità e la propria solerzia: e ci vuole molta perizia per trasferire le merci da un luogo all’altro perché bisogna ben conoscere, per fare ciò, l’andamento dei mercati. Il mercante può quindi con giustizia conseguire oltre la propria sussistenza e quella della famiglia per cui lavora, una ulteriore ricompensa per le proprie capacità e per i rischi che affronta. Egli infatti si accolla i pericoli del trasporto, se è un importatore».
A questa visione, legata ad una società in cui si passava da un mercato agricolo ad uno capitalistico, si può aggiungere oggi la funzione del commerciante come animatore della città e agente di controllo sociale. Questo lavoro merita di essere compensato e bisogna trovare i modi per farlo attraverso provvedimenti amministrativi, urbanistici e fiscali.
Al commercio elettronico non può dunque essere consentito campo libero se esso porta alla distruzione del lavoro del commerciante. Dobbiamo inoltre considerare che questa apparenza di libero commercio è illusoria perché le piattaforme online godono di un ingiustificato privilegio fiscale che deriva dal loro legame con la finanza predatoria anglosassone e sionista.
Un ulteriore problema è che si creano monopoli nella distribuzione che, con il tempo, porteranno ad un dominio anche sui produttori diminuendo spazi di libertà economica e sociale.
Partendo dalla consapevolezza del valore del commercio, nelle nostre città si possono attuare molte politiche concrete.

Ottimo articolo che mette il dito nella piaga della modernità. La crisi del commercio al dettaglio e di prossimità comincia in Italia negli anni Settanta del secolo scorso, con la comparsa della Grande Distribuzione Organizzata e prosegue fino ad oggi. Il problema è complesso perché i piccoli dettaglianti difficilmente fanno rete. Conad, che significa Consorzio Nazionale Dettaglianti comincio’ come reazione cooperativistica all’influenza della GDO francese e italiana … . I dettaglianti quindi sono preda, oltre che dei cambiamenti organizzativi della moderna distribuzione, anche della loro scarsa capacità strategica. Senz’altro una maggiore consapevolezza della presenza politica e della società civile li potrebbe aiutare. Ma anche loro dovrebbero imparare a fare rete e ad essere meno “bottegai”, il che richiede un cambio di mentalità.
Questo processo di diffusa chiusura di esercizi commerciali. sopratutto nei piccoli centri urbani, è un problema nn solo economico ma anche sociale, si pensi agli anziani che hanno difficoltà a muoversi o ad usare il digitale…le soluzioni nn sono facili ma uno stop alla diffusione dei centri commerciali da una parte e un qualche inasprimento normativo e fiscale x le grandi piattaforme del commercio on lain potrebbe aiutare ad arginare questo fenomeno…si tratterebbe inoltre di incoraggiare una maggiore cooperazione fra i piccoli commercianti e magari anche una loro maggiore specializzazione e integrazione con il proprio territorio..