L’11 dicembre 1961 segna una data simbolica, perché l’arrivo dei primi elicotteri da trasporto americani e dei consiglieri militari che li accompagnavano sancì il passaggio da un coinvolgimento indiretto e ambiguo a un intervento sempre più palese degli Stati Uniti nel Vietnam, un coinvolgimento che sarebbe presto degenerato in una delle guerre più controverse e dolorose del XX secolo.
Fu una scelta maturata nell’ansia della Guerra Fredda, nella paura quasi ossessiva dell’effetto domino che avrebbe visto il comunismo espandersi inarrestabile in Asia, ma viziata fin dal principio da errori di analisi, di strategia e di comprensione culturale: Washington scambiò un conflitto essenzialmente nazionale e anticoloniale per una mera pedina nello scontro globale con l’URSS e la Cina, incapace di comprendere che per molti vietnamiti – anche non comunisti – la lotta era prima di tutto un tentativo di liberarsi di ingerenze straniere.
L’errore fondamentale fu quello di sostenere un governo sudvietnamita debole, corrotto, spesso privo di legittimità reale presso la popolazione rurale, confidando che l’invio di mezzi militari e di “consiglieri” potesse supplire alle carenze politiche, morali e istituzionali di Saigon: una presunzione che portò a confondere la superiorità tecnologica con l’efficacia strategica e che risultò disastrosa quando gli USA scelsero l’escalation, credendo che più truppe e più bombe potessero sostituire una comprensione del terreno umano in cui combattevano.
L’intera condotta americana soffriva inoltre di una miopia culturale profonda: non comprendere la natura del Viet Cong, la sua capacità di radicamento nelle campagne, il ruolo centrale delle reti sociali e familiari, l’importanza della percezione dell’ingiustizia e dell’oppressione, portò a politiche come gli Strategic Hamlets, che intendevano isolare i contadini dai guerriglieri ma finirono col alienare proprio quelle comunità che gli Stati Uniti dicevano di voler proteggere. A questi errori si aggiunse l’illusione che l’uso massiccio della forza aerea, incluso l’impiego indiscriminato di defolianti come l’agente arancio, potesse spezzare la volontà del nemico: una tragica dimostrazione di come la potenza tecnologica possa accecare chi la possiede, inducendolo a credere che la guerra moderna sia una questione di statistiche, tonnellate di bombe sganciate, rapporto tra morti e sopravvissuti, mentre il Vietnam mostrava ogni giorno che un popolo disposto a combattere per la propria terra può essere colpito, devastato, ma non necessariamente piegato.
Non meno grave fu la sistematica sottovalutazione delle conseguenze politiche interne negli Stati Uniti stessi: sostenere una guerra sempre più impopolare, alimentare per anni dichiarazioni ufficiali ottimistiche smentite regolarmente dai fatti, tentare di mantenere il consenso attraverso un flusso crescente di menzogne e mezze verità, minò la fiducia dei cittadini nei loro leader e spalancò un solco tra governo e opinione pubblica che avrebbe marchiato per sempre la società americana. Tutto questo esplose in modo simbolico durante l’offensiva del Têt del 1968, quando anche una vittoria tattica americana si rivelò una sconfitta strategica, perché smascherò definitivamente l’inconsistenza della narrativa ufficiale secondo cui il nemico era vicino al collasso.
L’intervento iniziato quasi in sordina nel 1961 si trasformò così in un pantano dal quale gli USA uscirono solo tra il 1973 e il 1975, dopo aver sacrificato oltre 58.000 giovani americani, milioni di vietnamiti e aver lasciato un’eredità di devastazione materiale e morale; ma soprattutto dimostrò l’incapacità di una superpotenza di imporre con la forza un ordine che non comprendeva, di vincere una guerra combattuta con categorie mentali sbagliate e di imparare in tempo la lezione fondamentale del Vietnam: che non si può difendere la libertà di un popolo senza ascoltare quel popolo, che non si può costruire stabilità dall’esterno schiacciando le dinamiche interne, e che ogni potenza che confonde il proprio prestigio con la verità finirà inevitabilmente per scontrarsi con i limiti della propria illusione.
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