Quando nel 1926 George Bernard Shaw rifiutò il premio in denaro del suo Nobel disse: “Posso perdonare Alfred Nobel per aver inventato la dinamite, ma solo un demone con sembianze umane può aver inventato il Premio Nobel”.
Coglieva con ironia tagliente un problema che, a quasi un secolo di distanza, si è ingigantito fino a diventare strutturale: la progressiva, quasi inevitabile politicizzazione dei Premi Nobel. Quelli che nacquero come riconoscimenti universali al merito scientifico, letterario e umanitario si sono sempre più trasformati in strumenti di narrazione geopolitica, specchi deformanti del clima ideologico del momento, premi non tanto all’eccellenza oggettiva quanto alla consonanza con determinate visioni del mondo dominanti nelle élite culturali e accademiche.
Oggi, più che mai, l’assegnazione di un Nobel sembra spesso rispondere a interessi, segnalazioni politiche, equilibri internazionali o sensibilità ideologiche piuttosto che alla rigorosa valutazione dei fatti, delle opere o dei risultati scientifici.
Vi sono casi in cui il Nobel è diventato un vero e proprio strumento di pressione nei confronti di governi ostili o di consacrazione di cause care ai salotti progressisti occidentali; e casi in cui è stato negato o posticipato nonostante meriti straordinari, per il semplice fatto che la ricerca, la scoperta o la testimonianza non si armonizzavano con il vento culturale dominante.
Shaw, con la sua disincantata lucidità, intuì che il rischio maggiore di un premio universale è quello di diventare un marchio di legittimazione morale, e quando chi lo assegna è immerso in un contesto culturale permeato da ideologie, quel marchio inevitabilmente si contamina.
Negli ultimi decenni, soprattutto nel campo della pace e della letteratura, il Nobel si è trasformato in una sorta di statement politico, un modo elegante per dire al mondo chi deve essere considerato eroe, chi martire, chi profeta del nuovo ordine morale, e chi invece debba restare nell’ombra.
Non sorprende che molte assegnazioni appaiano oggi anacronistiche, se non addirittura imbarazzanti; né sorprende che alcuni rifiuti, pur non così clamorosi come quello di Shaw, siano diventati forme implicite di dissenso contro l’ideologizzazione del premio.
L’idea stessa di una giuria “neutrale” è ormai difficile da sostenere: il mondo accademico e culturale che gravita attorno alle istituzioni scandinave non è immune dalle tendenze politiche contemporanee, e spesso le riflette con particolare zelo.
In questo senso, la politicizzazione dei Nobel è lo specchio della politicizzazione della cultura, dove ogni opera, scoperta o testimonianza viene letta attraverso la lente di una certa morale secolarizzata. Eppure, il paradosso rimane: più la retorica ufficiale insiste sull’imparzialità e sull’universalità del premio, più il pubblico percepisce la distanza tra quell’ideale e le scelte concrete.
Se oggi Shaw potesse osservare l’evoluzione del premio che volle stigmatizzare con una battuta mordace, probabilmente sorriderebbe amaramente: la dinamite di Nobel, che esplodeva in miniera, era più innocua di certe esplosioni mediatiche e ideologiche che, negli ultimi decenni, hanno trasformato i Nobel in campi di battaglia culturali, dove il riconoscimento al merito rischia di essere soffocato dal rumore di fondo della propaganda e delle mode intellettuali del momento.

Io penso che prendere il Fabianista G.B.Shaw come “esempio” sia frutto di ignoranza sul personaggio. Agli occhi di Shaw, l’apice della civiltà era stato raggiunto dall’Unione Sovietica. Durante il suo “[pellegrinaggio](https://www.historia.ro/sectiune/general/articol/g-b-shaw-defender-of-stalinism-and-eugenics)” del 1931 nel paese delle meraviglie di Stalin, Shaw ebbe modo di intravedere quella che definì una “terra di speranza”. Negò che il regime avesse imprigionato un numero significativo di dissidenti politici, descrivendo i gulag come popolari destinazioni di vacanza. “Da quanto ho capito, possono rimanere lì tutto il tempo che vogliono”, disse.Shaw sostenne anche un programma eugenetico di vasta portata.Non solo. Era a favore dell’esecuzione sommaria dei “diversamente abili”, di coloro che rano pericolosi per la società, per coloro che secondo il suo credo socialista erano inutili o oppositori. Non da oggi il Nobel è diventata una farsa. Il premio a Obama – che è stato il piu’ bombardiere dei Presidenti Usa dopo la WW2 è un oltraggio alle vittime. Qualcuno ricorda il Nobel assegnato a Dario Fo per Soccorso Rosso?