L’esilio politico e la perdita della patria sono spesso il prezzo pagato da chi decide di sfidare i dogmi e la propaganda del proprio governo.
È la parabola vissuta da Türkü Avcı, 27 anni, studentessa turca di Scienze Politiche e Comunicazione presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.
Cresciuta a Marmaris in una famiglia di secolari radici musulmane, la giovane è oggi al centro di un delicato caso diplomatico e politico tra Ankara e Gerusalemme, culminato con la concessione da parte delle autorità israeliane dello status di rifugiata per un anno a causa delle persecuzioni politiche subite in Turchia.
Il percorso di Avcı comincia molto prima degli eventi più recenti. Decisa a studiare la complessa dinamica del Medio Oriente da una prospettiva diretta, nel 2021 sceglie di trasferirsi a Gerusalemme.
La sua curiosità intellettuale nasce dall’osservazione della deriva autoritaria del suo Paese sotto la presidenza di Recep Tayyip Erdoğan e dalla narrazione unilaterale dei media turchi sulla questione israeliana.
A Gerusalemme scopre una realtà sfaccettata, fatta di convivenza quotidiana tra studenti ebrei, arabi, cristiani e drusi.
L’evento spartiacque per la sua vita è rappresentato dagli attacchi condotti da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023.
Vissuto da vicino quel momento drammatico, la studentessa decide di iniziare ad attivarsi sui social media.
Attraverso video e articoli pubblicati prevalentemente in lingua inglese, comincia a raccontare quello che definisce “il punto di vista israeliano”, criticando apertamente la copertura dei media turchi e accusando Erdoğan di alimentare l’antisemitismo e di strumentalizzare la causa palestinese per scopi di politica interna.
In diverse interviste e dichiarazioni pubbliche, Avcı non ha esitato a definirsi al contempo “turca, musulmana e sionista”.
Una combinazione identitaria che ha suscitato reazioni veementi nella Turchia contemporanea, dove il termine “sionista” viene regolarmente impiegato dal discorso pubblico come un insulto o una condanna politica.
Le posizioni espresse da Avcı hanno attirato rapidamente l’attenzione della stampa filogovernativa e islamista in Turchia.
Nei suoi confronti si è scatenata una dura campagna di denigrazione pubblica, in cui la ragazza è stata bollata come “traditrice della patria”, accusata di essersi “venduta agli israeliani” e persino descritta come un’agente reclutata dal Mossad.
A un’intervista registrata per strada a Gerusalemme — in cui rispondeva con un secco “Sì, certo” alla domanda se fosse sionista — è seguita un’ondata di odio virale.
Sui social network si sono moltiplicati gli appelli al suo arresto e minacce di morte e violenza. La pressione non ha risparmiato la sua famiglia: le foto dei genitori, i loro nomi e l’indirizzo di residenza in Turchia sono stati diffusi in rete.
Il prezzo personale ed economico pagato dalla ragazza è stato immediato. Intanto la perdita della borsa di studio. Incapace di pagare l’affitto, ha dovuto abbandonare gli alloggi universitari ed è stata ospitata da famiglie israeliane. Il clima di intimidazione le ha causato la perdita di molte amicizie storiche.
La situazione è passata dal piano della gogna mediatica a quello giudiziario quando le autorità turche hanno aperto un procedimento penale a suo carico.
I capi d’accusa legati alle sue pubblicazioni e affermazioni critiche verso Erdoğan prevedono pene che arrivano fino a sei anni di reclusione, oltre alla revoca di diversi diritti civili.
Secondo i legali che la seguono in Turchia, un eventuale rientro in patria comporterebbe un arresto immediato.
In seguito alla scadenza del suo visto studentesco e al concreto rischio di persecuzione in caso di rimpatrio, le autorità israeliane hanno formalmente esaminato la sua istanza, concedendole uno status speciale di rifugiata della durata di un anno.
Nonostante le difficoltà economiche, le minacce e la lontananza forzata dalla famiglia — che da anni non può riabbracciare —, Türkü Avcı sostiene di non essersi pentita della propria scelta.
La ragazza intende proseguire l’attività nel campo del giornalismo e della comunicazione con l’obiettivo di promuovere il dialogo e favorire, nel lungo termine, un riavvicinamento tra Turchia e Israele basato su una reciproca comprensione.
