Ci sono notizie che si leggono e si dimenticano dopo pochi minuti. E ce ne sono altre che, appena le leggi, ti riportano indietro nel tempo. La morte di Franco Baresi, a sessantasei anni, appartiene a questa seconda categoria.
Perché Baresi non è stato soltanto un grande calciatore. Per quelli della mia generazione è stato un pezzo della nostra vita, uno di quei nomi che finiscono per confondersi con gli anni della giovinezza, con le domeniche pomeriggio, con le partite viste in televisione, con le discussioni interminabili tra amici, con le emozioni che soltanto il calcio sapeva regalare.
E forse è proprio per questo che la sua morte mi ha fatto pensare non soltanto a lui, ma anche a un calcio che non esiste più.
Il mio ricordo di quel Milan. Io ho sempre guardato al calcio anche come a un fatto di costume, come a una parte della storia del nostro Paese. E il Milan di Franco Baresi è stato uno dei grandi fenomeni collettivi della mia generazione. Anche se io sono interista, prima di tutto sono stato sempre uno sportivo.
Ricordo il Milan degli anni Ottanta e Novanta, il Milan di Sacchi prima e di Capello poi. Ricordo quella squadra quasi come si ricordano le grandi stagioni della propria vita: non soltanto attraverso i risultati, ma attraverso i volti, le voci, le immagini.
E al centro di tutto c’era lui. Franco Baresi. Fratello di un altro grande calciatore interista, Giuseppe. Ma Franco è stato un giocatore unico.
Non era il giocatore più appariscente. Non aveva bisogno di essere un divo. Non cercava continuamente le telecamere. Aveva una cosa molto più importante: l’autorevolezza.
Quando Baresi era in campo, sembrava che la squadra avesse un punto di riferimento naturale. Bastava guardarlo per capire che dietro quella maglia c’era qualcuno che si sentiva responsabile non soltanto della propria prestazione, ma di quella dei compagni.
Era il capitano. E oggi, forse, questa parola ha perso qualcosa del suo significato. Un uomo, una maglia Baresi trascorse tutta la carriera nel Milan. Vent’anni con la stessa maglia. A noi, che siamo cresciuti in quell’epoca, la cosa sembrava normale. Oggi appare quasi incredibile.
Non era soltanto una questione sentimentale. C’era un’idea diversa dello sport. Il giocatore apparteneva a una squadra e la squadra apparteneva, in qualche modo, alla sua gente.
Baresi fu il Milan anche quando il Milan non era ancora il Milan di Berlusconi, quando conobbe momenti difficili e persino la retrocessione. E rimase al Milan quando arrivarono gli scudetti, le Coppe dei Campioni, le grandi notti europee.
Questa è la differenza tra un grande giocatore e una bandiera. Il grande giocatore può vincere molto. La bandiera attraversa tutto: le vittorie e le sconfitte, la gloria e le difficoltà. Baresi non ha soltanto vinto con il Milan. Ha vissuto il Milan. E questa è una cosa molto diversa. Baresi appartiene alla schiera dei miti, Rivera, Corso, Mazzola, Facchetti, calciatori che hanno vissuto la loro squadra.
Il Milan di Sacchi e la rivoluzione del calcio. Quando arrivò Arrigo Sacchi, quel Milan cambiò il calcio. Ma anche qui, guardando oggi quelle partite, colpisce soprattutto la straordinaria idea di squadra che esisteva dietro quei campioni.
Baresi, Maldini, Costacurta e Tassotti non erano semplicemente quattro difensori straordinari. Erano un organismo unico. La difesa saliva, il centrocampo accorciava, gli attaccanti partecipavano alla pressione. Ogni giocatore sembrava conoscere il movimento dell’altro.
E Baresi era il cervello di quella difesa. Da libero diventava regista, comandava la linea, anticipava gli avversari, iniziava l’azione. Non aveva bisogno di gesti spettacolari: la sua grandezza era nella lettura del gioco.
Guardando oggi quelle partite, penso che una delle cose che abbiamo perduto non sia soltanto un certo modo di giocare a calcio. Abbiamo perduto anche il piacere di riconoscere i giocatori attraverso una storia.
Baresi era Baresi. Maldini era Maldini. Scirea era Scirea. Corso era Corso. Facchetti era Facchetti. Mazzola era Mazzola. Non erano soltanto campioni: erano identità.
Pasadena: anche la sconfitta fa una leggenda E poi c’è quell’immagine che non posso dimenticare. Pasadena, 17 luglio 1994. La finale del campionato del mondo tra Italia e Brasile. Baresi è il capitano degli azzurri. Una partita interminabile, lo 0-0 dopo i tempi regolamentari e supplementari, poi i rigori.
Baresi calcia il primo rigore dell’Italia e sbaglia. Poi sbagliano Massaro e Baggio. Il Brasile vince il Mondiale. E Baresi rimane lì, distrutto. Quella fotografia vale, per me, quanto una fotografia di una sua vittoria. Perché ci insegna che la grandezza di un uomo non si misura soltanto dai trofei che solleva.
Baresi aveva vinto praticamente tutto. Eppure quella sera lo ricordiamo anche per una sconfitta. Forse perché nella sconfitta ci apparve ancora più umano. Un campione può sbagliare. Un capitano può piangere. Un uomo può cadere. Ma ciò che conta è quello che ha fatto prima e quello che sarà capace di fare dopo.
E poi è arrivato un altro calcio. È difficile non fare, davanti alla morte di Baresi, un confronto con il calcio di oggi. Naturalmente non voglio fare il moralista e dire che tutto ciò che appartiene al passato era migliore. Sarebbe ingiusto e, soprattutto, falso.
Il calcio di oggi è più veloce, più atletico, più organizzato. I calciatori sono professionisti straordinariamente preparati. Gli stadi, le tecnologie, la comunicazione hanno trasformato completamente questo sport. Ma è cambiato il rapporto tra il giocatore e la maglia.
Oggi assistiamo spesso a carriere nelle quali il giocatore cambia squadra molte volte. È diventato normale vedere un campione indossare diverse maglie, magari di grandi club rivali, nell’arco della propria carriera. È il calcio moderno. Il denaro, i procuratori, i diritti televisivi, gli sponsor, il mercato internazionale hanno trasformato il giocatore in una componente di un’enorme industria.
Non c’è necessariamente colpa in tutto questo. Ma qualcosa, inevitabilmente, è andato perduto. È andata perduta la familiarità. Quella sensazione per cui, quando vedevi una determinata maglia, vedevi immediatamente un uomo.
Quando vedevi il numero 6 del Milan, vedevi Baresi. Quando vedevi il numero 3, pensavi a Maldini. Quando vedevi la maglia dell’Inter e il numero 4, pensavi a Zanetti. E prima ancora, per altre generazioni, bastava dire Facchetti, Rivera, Mazzola, Corso, Scirea, Zoff.
Erano nomi che appartenevano alla squadra e squadre che appartenevano alla memoria degli uomini. Non rimpiango soltanto un calciatore. Per questo, oggi, mi accorgo che non sto salutando soltanto Franco Baresi.
Sto salutando anche una parte della mia memoria. E forse è questo che accade quando muoiono gli uomini che hanno accompagnato la nostra giovinezza: non muoiono soltanto loro. Muore definitivamente anche un pezzo del mondo nel quale noi li abbiamo conosciuti.
Baresi mi fa ricordare un calcio che non aveva bisogno di inventarsi continuamente nuovi idoli, perché gli idoli nascevano lentamente, attraverso gli anni. Un calcio nel quale la fedeltà poteva diventare una forma di grandezza.
Un calcio nel quale un ragazzo poteva arrivare in prima squadra, indossare una maglia e diventare, vent’anni dopo, parte della storia stessa di quella società.
Oggi una maglia può essere acquistata e venduta in un giorno. La fedeltà, invece, richiede una vita. Ed è forse questa la lezione più bella che ci lascia Franco Baresi. La bandiera Il Milan ha ritirato la sua maglia numero 6. È un gesto simbolico, ma bellissimo.
Perché significa che quella maglia non appartiene più soltanto al passato. Appartiene alla memoria. E forse una bandiera è proprio questo: qualcuno che, dopo essere stato un uomo, diventa un ricordo collettivo.
Baresi non è più soltanto il ragazzo di Travagliato che arrivò al Milan. Non è più soltanto il libero della squadra di Sacchi, il capitano delle grandi vittorie europee, il campione del mondo del 1982, il protagonista della finale di Pasadena.
È diventato una figura della nostra memoria. E mentre lo salutiamo, viene spontaneo pensare a quanto sia cambiato il mondo. Non so se il calcio di oggi sia migliore o peggiore di quello di allora. So soltanto che è diverso.
Ma quando penso a Franco Baresi, mi piace ricordare un’epoca nella quale un calciatore poteva diventare grande non soltanto perché vinceva, ma perché rimaneva. Rimaneva con la sua squadra. Rimaneva con la sua gente. Rimaneva dentro la memoria.
E forse è proprio questa la differenza tra un campione e una leggenda. Il campione appartiene alla storia del calcio. La bandiera appartiene alla storia di chi l’ha amata.
E Franco Baresi, per quelli della mia generazione, sarà per sempre una bandiera.
Francesco Bellanti
