Il 20 settembre 1958 entrava in vigore in Italia la cosiddetta legge Merlin, che decretava la chiusura delle case di tolleranza, presentata come un grande progresso morale e civile, un atto di giustizia nei confronti delle donne sfruttate e un passo decisivo verso l’eliminazione della prostituzione.
In realtà, questo provvedimento – pur partendo dall’intento di abolire uno scandalo pubblico – si è rivelato un’illusione giuridica, un tentativo fallito di risolvere con un colpo di spugna un problema che affonda le sue radici nella corruzione morale, nel peccato e nella mancanza di una società fondata sull’ordine cristiano.
Per il cattolico che giudica con la luce della fede e della tradizione, la prostituzione non è un “fenomeno sociale” da gestire né una “professione” da regolare, ma una piaga mortale, un’offesa a Dio e alla dignità umana, un attentato contro la purezza, il matrimonio e la famiglia.
Da sempre la Chiesa ha condannato la prostituzione come peccato grave, ammonendo i fedeli e richiamando i governanti alla responsabilità di tutelare la morale pubblica e reprimere ciò che corrompe le anime e avvelena la società.
Il problema non si risolve chiudendo le case di tolleranza se, nello stesso tempo, si lascia prosperare il vizio nelle strade, nei locali, nei giornali, nei mezzi di comunicazione. La legge Merlin, invece di eliminare lo scandalo, lo ha semplicemente spostato, lo ha reso più caotico, più diffuso, più difficile da controllare.
Oggi la prostituzione è sotto gli occhi di tutti, non più nascosta ma dilagante, non più circoscritta ma invadente, trasformata in un mercato immenso che coinvolge non solo le vie delle città, ma anche l’industria del turismo, della pubblicità, del cinema e, in epoca più recente, persino delle reti telematiche.
La realtà è che, togliendo il freno della disciplina, si è aperta la porta all’anarchia del vizio. Non basta dichiarare per legge che la prostituzione è abolita, se non si combatte con rigore chi ne approfitta, se non si reprime severamente chi la organizza, se non si convertono i costumi e i cuori degli uomini.
Un popolo che tollera la prostituzione, che la guarda con indifferenza o, peggio, la giustifica in nome della libertà individuale, è un popolo che accetta di convivere con il peccato, che abdica al proprio dovere di proteggere i deboli e i giovani, che si rassegna a vedere le donne ridotte a merce e gli uomini ridotti a bestie.
Non si può parlare di “civiltà” dove regna il mercato del corpo, non si può parlare di “libertà” dove si coltiva la schiavitù del vizio. La prostituzione non è mai una scelta libera, ma sempre una forma di costrizione, di sfruttamento, di degrado, di menzogna: non libera la donna, ma la riduce in catene, non eleva l’uomo, ma lo trascina nel fango.
Per questo, non si può pensare di “regolarla”, di “disciplinarla”, come se fosse un male necessario, un male inevitabile. La Chiesa insegna che i mali vanno estirpati, non accettati; e che la tolleranza del peccato è già complicità.
Il compito dei governanti non è quello di chiudere gli occhi davanti al vizio, ma di combatterlo e reprimerlo con decisione, proteggendo la purezza dei costumi e l’integrità della famiglia.
E il compito dei cattolici è quello di denunciare l’inganno delle ideologie permissive, di lottare contro la corruzione dei media che banalizzano la sensualità e il peccato, di promuovere un’autentica rinascita morale che restituisca dignità alla donna e responsabilità all’uomo.
La vera liberazione delle prostitute non si ottiene abolendo le case chiuse, ma abolendo il peccato, aiutandole a uscire dal vizio, sostenendole con opere di carità e di evangelizzazione, offrendo loro una via di riscatto, di purezza e di vita nuova nella grazia di Dio.
La legge Merlin resta un documento eloquente della modernità: essa crede di poter risolvere i mali morali con decreti giuridici, ma dimentica che la radice di ogni male è il peccato, e che solo la legge di Dio, osservata e amata, può purificare la società. Il cattolico tradizionale non si lascia ingannare da questa illusione: sa che la prostituzione deve essere combattuta, repressa e, con la grazia divina, vinta, non come fenomeno da gestire, ma come peccato da sradicare, come scandalo da estinguere, come ferita da sanare con la verità e con la carità.
Perché una società che non combatte il vizio è una società che cede alla corruzione; e una nazione che non difende la purezza del suo popolo è una nazione che si avvia verso la decadenza.
Foto di copertina di Andrew Robulack su Unsplash
