Nel 1919 l’Unione Sovietica fu il primo Stato al mondo a legalizzare l’aborto, presentandolo come una conquista di libertà e di progresso, ma in realtà esso divenne rapidamente uno strumento di ingegneria sociale che ridusse la maternità a una variabile economica e politica, causando un crollo demografico, la disgregazione delle famiglie e una cultura della vita umana subordinata agli interessi dello Stato, con milioni di bambini mai nati cancellati dalla storia prima ancora di poter respirare.
Sedici anni dopo, il 28 gennaio 1935, l’Islanda seguì quella stessa strada, diventando la seconda nazione a legalizzare l’aborto, e ciò segnò l’inizio di un cambiamento profondo anche in una società piccola e tradizionalmente coesa, perché quando una comunità accetta l’idea che la vita innocente possa essere soppressa per convenienza o difficoltà, si introduce una frattura morale che col tempo si riflette nella perdita di solidarietà, nella diminuzione delle nascite e in un indebolimento del senso di responsabilità verso le generazioni future.
L’esperienza sovietica dimostrò inoltre che l’aborto di massa non risolve i problemi sociali ed economici, ma li aggrava, poiché la mancanza di nuove generazioni porta a una popolazione invecchiata, a una forza lavoro ridotta e a una crisi di sostegno tra giovani e anziani, mentre sul piano umano e psicologico molte donne furono segnate da traumi, sensi di colpa e dolore, spesso ignorati dalla propaganda che parlava solo di diritti astratti.
Quando questa mentalità si diffuse dall’Islanda al resto del mondo occidentale nel corso del XX secolo, essa contribuì a una progressiva banalizzazione dell’aborto, trasformandolo da tragedia personale in pratica medica ordinaria, con effetti visibili nel calo drastico delle nascite, nella solitudine di molte madri, nella mercificazione del corpo e nella perdita del valore sacro della vita umana fin dal suo inizio.
A livello culturale e spirituale, l’accettazione dell’aborto ha alimentato una visione utilitaristica dell’essere umano, per cui chi è fragile, non desiderato o ritenuto un ostacolo può essere eliminato, aprendo la strada a ulteriori derive come l’eugenetica, la selezione prenatale e un generale disprezzo per i più deboli, che sono invece il cuore di ogni civiltà autenticamente umana.
Guardando oggi alle conseguenze di quella scelta compiuta prima dall’Unione Sovietica e poi dall’Islanda, e successivamente imitata in molte altre nazioni, appare chiaro che l’aborto non ha portato vera liberazione ma una profonda ferita demografica, morale e sociale, e che solo un rinnovato rispetto per la vita, per la maternità e per la dignità di ogni essere umano può offrire un futuro più giusto e più umano alle società del mondo.
