La schiavitù nel mondo islamico ha rappresentato uno dei fenomeni sociali, militari ed economici più duraturi e imponenti della storia umana, estendendosi per oltre tredici secoli, dall’affermazione dell’Islam nel VII secolo fino al XX secolo avanzato, e coprendo un territorio vastissimo che andava dall’Oceano Atlantico all’Asia centrale e all’Oceano Indiano. Gli storici stimano che in questo arco di tempo un totale stimato tra i 12 e i 18 milioni di esseri umani sia stato ridotto in schiavitù attraverso un complesso sistema normativo e commerciale.
Alla base di questa istituzione vi era la legge islamica, la Shari’a, che riconosceva la legittimità della schiavitù fissando regole precise: la condizione di schiavo si acquisiva per nascita da madre schiava oppure per cattura durante una guerra d’espansione o difesa contro i non-musulmani, dal momento che la legge proibiva rigorosamente di ridurre in schiavitù un musulmano di nascita. La conversione all’Islam non garantiva l’affrancamento automatico, anche se la tradizione e il Corano incoraggiavano la liberazione degli schiavi, nota come Itq, come atto di grande pietà e riparazione per le colpe. Inoltre, la donna schiava che dava un figlio al proprio padrone acquisiva lo status di Umm al-walad, ottenendo la garanzia di non poter essere venduta e di diventare automaticamente libera alla morte del proprietario, mentre il nascituro nasceva completamente libero.
Il sostentamento di questo sistema richiedeva un continuo afflusso di persone attraverso tre direttrici geografiche principali. La prima e più duratura fu la tratta transahariana e dell’Oceano Indiano, che si stima abbia deportato tra i 7 e i 10 milioni di africani sub-sahariani verso il Nord Africa, il Medio Oriente e la Penisola Arabica, sfruttando rotte carovaniere attraverso il Sahara gestite da mercanti arabi e berberi e rotte marittime dall’Africa orientale verso il Mar Rosso e il Golfo Persico, con nodi commerciali centrali a Zanzibar e Kilwa.
La seconda grande direttrice fu la tratta barbaresca nel bacino del Mediterraneo, dove tra il 1530 e il 1780 i corsari di Algeri, Tunisi, Tripoli e Sale catturarono e ridussero in schiavitù circa 1,2 milioni di europei cristiani attraverso arrembaggi navali e continue incursioni sulle coste dell’Italia, della Spagna, della Francia e delle isole greche, alimentando un fiorente mercato dei riscatti e del lavoro forzato nei bagni penali nordafricani.
La terza rotta fu quella settentrionale, attiva dall’Alto Medioevo fino al XVIII secolo, che vide i califfati e l’Impero Ottomano importare milioni di schiavi di origine slava, germanica e caucasica; in particolare, le scorrerie condotte dal Khanato di Crimea e dai nomadi delle steppe portarono alla cattura di oltre 2 milioni di persone provenienti da Russia, Ucraina e Polonia tra il 1500 e il 1700, tutte convogliate verso il grandioso mercato centrale di Istanbul.
A differenza del modello della tratta transatlantica gestita dalle potenze europee, incentrata prevalentemente sulla forza lavoro maschile da impiegare nei campi e nelle piantagioni dell’America, il mercato degli schiavi nel mondo islamico presentava una spiccata prevalenza di donne, con un rapporto stimato di circa due donne per ogni uomo. Le schiave venivano destinate principalmente ai servizi domestici o inserite negli harem come concubine.
La protezione dell’intimità familiare e la gestione amministrativa dei palazzi reali richiedevano inoltre una grande quantità di eunuchi, uomini sottoposti a castrazione totale o parziale; poiché la legge islamica vietava di praticare la mutilazione all’interno dei confini dell’impero, le operazioni venivano effettuate prima dell’importazione, con tassi di mortalità spaventosi che toccavano talvolta il 70-80%, principalmente in centri specializzati gestiti da medici copti o locali in Egitto e in Etiopia.
Un’altra peculiarità fondamentale fu l’istituzione della schiavitù militare e politica, rappresentata in primo luogo dai Mamelucchi, soldati-schiavi d’origine turca o caucasica arruolati e addestrati fin dall’infanzia, i quali accumularono un potere tale da rovesciare le dinastie regnanti e governare direttamente l’Egitto e la Siria per quasi tre secoli, dal 1250 al 1517, e mantenere un ruolo di vertice fino all’arrivo di Napoleone nel 1798. Parallelamente, l’Impero Ottomano applicò dal XIV al XVII secolo il sistema del Devşirme, una leva forzata che ogni 3 o 5 anni prelevava circa il 20% dei bambini maschi cristiani delle popolazioni rurali dei Balcani, convertendoli all’Islam e addestrandoli per formare sia il corpo scelto d’élite dei Giannizzeri, giunto a contare oltre 35.000 uomini nel XVII secolo, sia i più alti quadri della burocrazia statale e dei Gran Visir.
Non mancarono tuttavia esperienze di schiavitù di massa legate al lavoro fisico e agricolo devastante: l’esempio più impressionante fu quello degli Zanj, decine di migliaia di schiavi neri impiegati nelle bonifiche e nelle saline della Mesopotamia meridionale (l’attuale Iraq), la cui condizione disumana innescò nell’869 d.C. una gigantesca rivolta armata che durò ben 14 anni, causò centinaia di migliaia di vittime e scosse fino alle fondamenta il Califfato Abbaside prima di essere soppressa nel 883 d.C.
Il tramonto di questa millenaria istituzione avvenne in modo lento e discontinuo tra il XIX e il XX secolo, spinto sia dalle crescenti pressioni diplomatiche e navali delle potenze europee sia dalle riforme interne del mondo islamico.
Il colonialismo europeo in Africa portò alla fine dello schiavismo islamico (le conquiste francesi in Algeria furono dettate, in parte, dalla necessità di rendere sicura la navigazione mediterranea) nella parte nord-occidentale del continente, mentre la maggior parte dei territori orientali e l’Arabia si rifiutarono di cedere alle richieste di abolizione dello schiavismo nate in USA e in Europa.

Ancora nel 1890, nel Califfato di Sokoto si contavano 2 milioni di schiavi. All’arrivo in Etiopia, i nostri nonni trovarono 2 milioni di schiavi su 10 milioni di abitanti.
L’Impero Ottomano dichiarò l’abolizione formale del traffico degli schiavi con i decreti del 1854 e del 1857, sebbene le pratiche sotterranee continuassero per decenni.
Nel corso del Novecento i vari stati abolirono gradualmente la schiavitù nei rispettivi ordinamenti: l’Iraq nel 1924, la Giordania nel 1929, l’Arabia Saudita e lo Yemen nel 1962, fino ad arrivare alla Mauritania, che è stata l’ultima nazione al mondo ad abolirla giuridicamente nel 1981 e a introdurre sanzioni penali per la sua pratica soltanto nel 2007.
Secondo diversi studi, a tutt’oggi in Africa esistono centinaia di migliaia di schiavi. Potrete ben comprendere il motivo per cui è del tutto scriteriata l’azione compiuta da tanti neri negli anni’60-’70, che per abbandonare il loro nome da schiavi si sono andati a prendere nomi arabi, ovvero i nomi dei loro veri padroni.

La messa in schiavitu’ è un fatto storico che risale alla notte dei tempi e fu praticata da tutti i popoli per avere manodopera a costo zero. Invece, come vero e proprio business, fu inventata dai Giudei. La tratta degli schiavi fu un affare enorme che oggi i movimenti neri attribuiscono, in genere, ai Bianchi quando, in realtà, fu un business enorme nel quale primeggiarono i giudei. Tra i vari libri sull’argomento, “Jews and Negro Slavery in The Old South” di B.Wallace Korn o “Jewish Involvement in Black Slave Trade” di Rabbi Marc Lee Raphael.The-Secret-Relationship-Between Blacks and Jews Volume-1-The Jewish Role in Black Slavery è un’altra opera molto nota
La messa in schiavitu’ è un fenomento che risale alla notte dei tempi. Il Diritto romano aveva un proprio istituto che governava la schiavitu’ e la sua cessazione( la “Manumissio”). Fu praticata da tutti i popoli ma furono i Giudei a farne un vero e proprio business, con guadagni enormi su cui si fondarono le ricchezze delle famiglie americane piu’ importanti ed ancora esistenti. Sull’ argomento esiste una nutrita letteratura tra cui “Jews and Negro Slavery in the Old South – 1789-1865” di B.W.Korn, “The Secret Relationship Between Blacks and Jews_-Volume-1- The Jewish Role in Black Slavery” e “Jewish Involvement In Black Slave Trade To The Americas” di Rabbi Marc Lee Raphael. I movimenti neri come BLM, nella loro grassa e voluta ignoranza, incolpano i Bianchi in generale della schiavitu’ ma non è così.
Ci mancava la giustificazione dello schiavismo islamico da parte dell’antisemita…
La Redazione, nella piu’ stretta osservanza del “double-speaking”, di cui i Giudei sono maestri,scrive “giustificazione” ma, è ovvio, che giustificare lo schiavismo non è nelle righe del mio commento. Una boutade kosher, direi, nel tentativo di “negazionare” la controparte. Ma, la Redazione, non risponde che il BUSINESS (non il fatto storico) è stato creato, perfezionato ed operato dai giudei, come riportano testi scritti da – onesti – rabbini. Noto che siete alla corde, se mi date dell’anti-semita. Io ho amici arabi e giudei e dell’antisemitismo, pertanto, non mi occupo. Serve politicamente a voi come tutti o quasi le centinaia di “atti antisemiti” che vengono denunciati per fare statistica e poi regolarmente scoperti. Domanda: ma cosa ci state a fare su un organo che si dice cattolico, che pertanto, come me, crede a Gesù, e voi ancora lo aspettate? Leggetevi Rabbi J.Neusner e Don Curzio Nitoglia. P.s. Il primo tempio non lo hanno trovato e dichiarato – onesti – archeologi israeliani.