Stimavamo l’attrice Lunetta Savino, da domenica pomeriggio un poco meno. Che cosa ha fatto di tanto grave? In occasione della cerimonia inaugurale al Petruzzelli di Bari del 100° Congresso del Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), assise dedicata al tema “Il tempo delle donne” e caratterizzata dalla presenza di nomi di assoluto prestigio nazionale e internazionale, Lunetta Savino ha tenuto un intervento diviso in tre parti: la prima basata sul testo Contro la donna vaginale di Carla Lonzi, le altre due tratte dai Monologhi della vagina. Il primo brano, in sostanza, parte dal principio della distinzione tra donna clitoridea e donna vaginale per arrivare alla conclusione di criticare una visione della sessualità femminile subordinata alla concezione esclusivamente vaginale e dunque ritenuta maschilista. Gli altri due testi citati andavano grosso modo nella stessa direzione, accompagnati però da un corredo di crassa volgarità e di scarsa scientificità, elemento ancor più deplorevole vista la sede e il contesto.
Non vogliamo fare i moralisti, ruolo che non ci si addice affatto, né ragioniamo esclusivamente secondo una logica confessionale; tuttavia l’attrice ci ha sinceramente deluso per i toni inutilmente volgari e per aver trivializzato e banalizzato un tema, come quello della sessualità, che meriterebbe invece maggiore tenerezza e delicatezza. È noto che la parolaccia o l’enfasi su battute salaci e di cattivo gusto strappino risate facili, ma un attore di temperamento dovrebbe saper intrattenere una platea in modo equilibrato e garbato, soprattutto quando si affrontano argomenti tanto scivolosi. Inutile girarci attorno: la Savino ha interpretato la parte della solita femminista arrabbiata, una sorta di clone di Luciana Littizzetto, senza peraltro possederne le capacità.
E veniamo al punto centrale. Temi così delicati richiedono massima prudenza, sapienza e rispetto delle diverse sensibilità; invece, insistendo sull’accentuazione della donna clitoridea contrapposta alla donna vaginale, l’attrice ha finito involontariamente per realizzare un autogol, celebrando una donna ridotta a puro sesso e povera di anima. Sembra sfuggirle che la donna, al pari dell’uomo, è coprotagonista del processo amoroso e riproduttivo, nel quale entrambi sono sullo stesso piano e nessuno è dominante. La sensazione, al contrario, è che ella resti ancorata alla logica inaccettabile del “il corpo è mio e lo gestisco io”. Il corpo, invece, ci è stato dato: per chi crede, da Dio; per chi non crede, è comunque una macchina preziosa da trattare con rispetto, senza eccessi e bravate.
L’amore, o meglio l’atto sessuale che rappresenta la sua massima espressione tra chi si ama — ben diverso da quello praticato per mero edonismo o, peggio, a pagamento — è la sintesi di due anime che desiderano donarsi reciprocamente e aprirsi alla vita in uno spirito oblativo. Il sesso non è una giostra impazzita né una manifestazione di edonismo senza fine, ma un momento altissimo di amore e di servizio, come insegna il Cantico dei Cantici e come Cristo ha servito la sua Sposa. Ridurre la sessualità a una divisione avvilente tra donna vaginale e donna clitoridea significa trasformare la donna in oggetto, o peggio in strumento di studio, con esiti sinceramente volgari. Argomenti di questo tipo andrebbero affrontati con delicatezza, amore e rispetto autentico proprio per la donna; ridurre l’atto sessuale e la femminilità a un fatto meramente fisico produce l’effetto opposto a quello dichiaratamente perseguito: banalizzare e mercificare il corpo femminile.
Comprendiamo l’esigenza di far sorridere, ma esistono altri modi per riuscirci. Se un comico uomo avesse affrontato temi analoghi ironizzando sulla sessualità o su diverse tipologie di relazioni — e il campionario sarebbe vasto — sarebbe stato inevitabilmente accusato di sessismo. Per chi crede, il corpo è Tempio dello Spirito e l’amore è prevalentemente aperto alla dimensione riproduttiva e oblativa; non si nega il lato giocoso della sessualità, che è bello e necessario, altrimenti diventerebbe una penosa incombenza, ma tutto ha un limite, soprattutto quando si oltrepassa il confine del buon gusto e si scivola nella volgarità.
Comprendiamo la buona fede dell’attrice, ma è lecito chiedersi se possibile che nessuno tra gli organizzatori del congresso abbia ritenuto opportuno correggere il tiro o almeno precisare che si trattava di una libertà scenica priva di fondamento scientifico. Quanto alle risate sguaiate di parte del pubblico, viene spontaneo domandarsi quanti di loro fossero andati a Messa la mattina: siamo di fronte a una forma di schizofrenia, devoti di Cristo di giorno e seguaci del Nemico la sera, perché chi ama la volgarità non segue certo Dio. Peccato: un’occasione sprecata e l’ennesima dimostrazione che, pur di ottenere consenso e visibilità, i valori cristiani e persino quelli elementari del buon gusto vengono calpestati. Cara Savino, avrai modo e tempo per riscattarti, ma da te non era lecito attendersi una simile caduta di stile.
Bruno Volpe
