Il corteo islamico dell’Ashura che si è svolto a Milano il 6 luglio, con la partecipazione di circa 1300 fedeli sciiti, ci obbliga a porci domande serie e scomode su cosa stia diventando l’Italia, la sua identità culturale e, soprattutto, il posto che la Fede cattolica occupa oggi nella vita pubblica della nazione.
La processione, autorizzata dalla Questura e dunque con l’avallo del Viminale, ha visto uomini divisi dalle donne, queste ultime rigorosamente velate e “recintate”, separate dal resto dei partecipanti da un nastro bianco e rosso o da un telo nero.
A tutto ciò ha fatto da cornice un clima di assuefazione istituzionale e di silenzio mediatico. Nessuna indignazione da parte di chi, da decenni, brandisce la laicità come un manganello per espellere ogni simbolo cristiano dalla società. Quelle stesse voci che gridano allo scandalo per un presepe scolastico o una benedizione pasquale, oggi tacciono di fronte a pratiche che rinnegano apertamente l’uguaglianza tra uomo e donna.
Eppure, ciò che inquieta ancor più della celebrazione in sé, è la tolleranza a senso unico. In un Paese dove i cattolici vengono derisi, marginalizzati, dove la Santa Messa in rito tridentino è vista da molti come un pericolo da contenere, dove le processioni eucaristiche sono spesso ostacolate con pretesti burocratici o malcelati fastidi, la libertà religiosa sembra improvvisamente divenire sacra e inviolabile… ma solo per l’islam.
Ci si chiede allora: che ne è dell’Italia cattolica? Perché a Milano si autorizza con solerzia un rito che comporta autoflagellazioni pubbliche e segregazione visibile tra uomini e donne, mentre si guarda con sospetto chi invoca la dottrina sociale della Chiesa o denuncia le derive anticristiche della modernità? Perché il dialogo interreligioso è sempre unidirezionale, e implica da parte cattolica l’autoannientamento?
Non si tratta di fomentare odio o chiusura: la carità cristiana ci impone rispetto per ogni persona. Ma la verità impone anche discernimento. L’Islam, in molte sue espressioni, non è una semplice religione privata: è un progetto sociale, politico, giuridico e culturale. Quando esso si radica in una società priva di anticorpi spirituali, come l’Italia odierna, dove l’apostasia pratica è ormai dilagante, si espande in modo pervasivo e trasformante.
Il problema non è l’Ashura in sé, ma il vuoto che lo accoglie. Un vuoto lasciato da una Chiesa che troppo spesso ha rinunciato ad essere madre e maestra, e da uno Stato che, smarrita la sua anima cristiana, si piega a ogni rivendicazione identitaria che non sia quella cattolica.
Un tempo, il cuore di Milano batteva al suono delle campane e risplendeva nella maestà del Duomo. Oggi sembra che batta al ritmo di tamburi rituali e si pieghi alla logica del multiculturalismo relativista, in cui tutto è accettabile tranne Cristo.
Chi difenderà allora la nostra civiltà, la dignità della donna fondata sull’ordine naturale e rivelato, la libertà autentica che nasce dalla verità? Chi oserà ricordare che senza Cristo, anche l’Italia perde sé stessa?
La risposta è chiara: solo un ritorno alla fede piena, senza compromessi, potrà salvarci dal declino. Solo restaurando l’onore dovuto a Dio, la centralità della Messa, il primato della Verità rivelata, potremo opporre un argine alla dissoluzione culturale che avanza sotto le spoglie del pluralismo. Milano non ha bisogno di più “integrazione” senza identità, ma di conversione.

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Ad inizio giugno avevo pubblicato un post nel quale esprimevo il timore che l’Italia stesse diventando una terra islamica. Questo articolo mi pare la conferma ai timori, non solo miei
Certamente