Un’intervista concessa il 12 febbraio da mons. Nicola Bux al canale YouTube “La Sacristía de La Vendée” offre uno sguardo ampio, storico e teologicamente articolato sulla questione liturgica contemporanea, in particolare sul significato del motu proprio Summorum Pontificum e sulle tensioni sorte dopo la promulgazione di Traditionis custodes.
Le risposte del sacerdote e teologo pugliese non si limitano a considerazioni disciplinari, ma affondano le radici nella natura stessa della liturgia, nel rapporto tra tradizione e riforma e nella corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II.
Mons. Bux interpreta l’intenzione fondamentale di Benedetto XVI nel promulgare Summorum Pontificum come l’avvio di una riconsiderazione complessiva della riforma liturgica postconciliare.
Non si trattava, a suo giudizio, di una semplice concessione pastorale ai fedeli legati alla forma antica, bensì di un gesto teologicamente fondato: riportare l’intera riforma alla luce del “vero spirito della liturgia”.
In questa prospettiva, egli richiama il pensiero del cardinale Joseph Ratzinger, che già nel celebre volume-intervista Rapporto sulla fede e poi nella sua opera Introduzione allo spirito della liturgia aveva descritto la liturgia preconciliare come un affresco antico, restaurato ma poi sottoposto a interventi eccessivamente audaci.
Secondo Bux, divenuto Papa, Benedetto XVI avviò un’opera di “riparazione” attraverso l’esortazione Sacramentum caritatis e soprattutto mediante Summorum Pontificum, dando corpo a quella che egli stesso definiva la “riforma della riforma”.
Tale espressione non indicava un ritorno nostalgico al passato, bensì un processo di purificazione e di maturazione, volto a ristabilire continuità laddove si era diffusa l’impressione di una frattura.
La pubblicazione del volume XI dell’Opera omnia di Ratzinger, dedicato alla teologia della liturgia, ha ulteriormente consolidato — secondo Bux — un dibattito ormai irreversibile.
Un punto centrale dell’intervista riguarda la celebre affermazione di Benedetto XVI secondo cui ciò che fu sacro per le generazioni precedenti non può essere improvvisamente giudicato dannoso.
Mons. Bux ne trae una conseguenza ecclesiologica forte: se la Chiesa dichiarasse oggi nocivo ciò che ieri ha venerato come sacro, la sua credibilità ne risulterebbe gravemente compromessa.
La liturgia possiede certamente una parte immutabile, ma ammette anche pluralità di forme approvate dall’autorità apostolica. Egli ricorda che già san Pio V, nella costituzione apostolica Quo primum, pur promulgando il Messale romano, riconosceva eccezioni per riti con oltre due secoli di tradizione.
Anche la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, salvaguardando l’unità sostanziale del rito romano, prevedeva legittime varietà.
La vera unità, osserva Bux, non coincide con l’uniformità. La Chiesa universale vive da sempre nella pluralità dei riti orientali e occidentali. Se tale pluralismo è pacificamente accettato per le liturgie orientali, perché negarlo all’interno dello stesso rito romano?
Quanto alla cosiddetta “riforma della riforma”, mons. Bux la interpreta anzitutto come un rinnovamento interiore: il ritorno del senso del sacro nei cuori. Citando Ratzinger, egli afferma che la riforma deve cominciare dalla consapevolezza della presenza di Dio nella liturgia.
La questione dell’orientamento del sacerdote — la possibilità di celebrare rivolti a Dio o alla Croce — diventa così un segno visibile di continuità con la tradizione apostolica.
Con Summorum Pontificum, Benedetto XVI volle ristabilire l’uso del rito antico, mai giuridicamente abrogato, e attribuire pari dignità alle due forme del rito romano: l’usus antiquior e l’usus recentior. La loro coesistenza non doveva generare contrapposizione, ma reciproco arricchimento, in linea con l’ermeneutica della continuità proposta nel celebre discorso alla Curia del 22 dicembre 2005.
Interrogato sulle restrizioni introdotte durante il pontificato di Papa Francesco, Bux mantiene un tono prudente ma non nasconde la tensione vissuta negli ultimi anni. Egli riferisce, richiamando indiscrezioni mai ufficialmente smentite, che un documento ancora più restrittivo sarebbe rimasto non firmato.
Quanto al nuovo pontificato di Leone XIV, il sacerdote invita alla pazienza: alcuni segnali di apertura — come la celebrazione di Messe pontificali tradizionali — sembrano indicare un possibile mutamento, ma occorre attendere sviluppi concreti.
Sulla questione del recente consistoro e dell’intervento del cardinale Roche, mons. Bux richiama una citazione di Ratzinger: la crisi della liturgia non nasce primariamente dalla differenza tra libri antichi e nuovi, bensì da un dissenso più profondo sull’essenza stessa della celebrazione.
La contrapposizione tra categorie come “creatività” e “rito”, “libertà” e “obbligo”, “comunità” e “ordine universale della Chiesa” rivela una diversa concezione teologica di fondo.
Particolarmente critica è la sua analisi dell’articolo 1 di Traditionis custodes, che definisce i libri postconciliari come unica espressione della lex orandi del rito romano. Bux considera questa affermazione storicamente infondata e in tensione con la tradizione pluriforme del rito latino. Egli ricorda che nemmeno l’autorità suprema della Chiesa può modificare arbitrariamente la liturgia, come insegna il Catechismo.
Un passaggio significativo dell’intervista riguarda la crescita dei giovani attorno alla Messa tradizionale. Mons. Bux legge il fenomeno non in chiave ideologica, ma teologica: il giovane cerca Dio, e laddove percepisce il Mistero come Presenza ineffabile, vi si avvicina. Quando invece la celebrazione assume i tratti dell’intrattenimento o della sperimentazione arbitraria, il senso del sacro si affievolisce.
Infine, sulle condizioni per una vera pace liturgica, egli individua alcuni punti fondamentali: riconoscere che una valutazione critica della riforma non equivale a rifiuto del Concilio; ristabilire il rispetto rigoroso delle norme liturgiche per tutti, senza doppie misure; promuovere uno studio integrale dei documenti del Consilium postconciliare per comprendere pienamente il processo riformatore.
In conclusione, l’intervista di mons. Nicola Bux non è soltanto una difesa della Messa tradizionale, ma un appello a una riflessione ecclesiologica più ampia. La liturgia, cuore della Chiesa, non può essere ridotta a terreno di scontro ideologico. Essa è il luogo in cui si manifesta la fede della Chiesa e in cui si realizza la sua unità, non attraverso l’uniformità imposta, ma nella continuità viva della tradizione.
