Negli ultimi venti anni, chiunque possegga ancora uno sguardo critico e una memoria culturale non completamente anestetizzata, non potrà non aver notato un’evoluzione tanto sistematica quanto inquietante nelle narrazioni audiovisive della nostra epoca.
Dai film alle serie TV, dalle pubblicità alle sitcom, un pattern si ripete con insistenza quasi compulsiva: l’uomo è ridicolizzato, infantilizzato, reso ottuso e inetto; la donna, al contrario, è dipinta come la detentrice di una superiorità ontologica, morale, intellettuale ed esistenziale.
Un vero e proprio ribaltamento antropologico che si spinge ben oltre la giusta esigenza di parità, configurandosi piuttosto come una nuova ideologia post-femminista che ha fatto della mascolinità un bersaglio da demolire, e dell’autosufficienza femminile un dogma intoccabile.
Non è tutto. La retorica delle nuove narrazioni si completa con un culto ossessivo della coppia omosessuale, innalzata a paradigma di “amore puro”, onesto, coraggioso, superiore persino all’amore tra uomo e donna, ormai ridotto a relitto tossico del passato.
Ogni rappresentazione culturale mainstream — dagli spot dei dentifrici alle saghe cinematografiche — sembra inchinarsi a un unico imperativo: decostruire l’ordine naturale, ridisegnare la realtà a immagine e somiglianza di una nuova religione progressista dove l’uomo è inutile, la donna è dio, e la famiglia tradizionale è un ricordo imbarazzante.
In una pubblicità per un detersivo, l’uomo sbaglia tutto e combina guai; ci vuole l’intuito della moglie a salvare il bucato e la dignità familiare. In una commedia romantica, il protagonista maschile è un idiota sentimentale, arrogante nella sua stupidità, destinato a essere “rieducato” dalla partner sveglia e risolutiva. In una serie TV per adolescenti, il padre è un imbarazzante fossile del “patriarcato”, incapace di comunicare, fallito nella carriera, privo di autorità, se non addirittura ridicolizzato dai figli.
Tutto questo non è casuale. Si tratta di una precisa strategia culturale che mira alla delegittimazione della figura maschile, e in particolare di quella paterna. È il rovesciamento del “pater familias” in favore dell’“uomo-cane da compagnia”, un passo fondamentale nella demolizione del modello familiare tradizionale su cui si fonda la civiltà cristiana.
In questa nuova mitologia pop, non c’è spazio per l’uomo forte, responsabile, guida spirituale e morale.
L’eroe virile che si sacrifica, che guida con fermezza e amore, è stato sostituito da un personaggio grottesco che serve unicamente da contrasto per esaltare la donna “illuminata”. La figura maschile — una volta esempio di fortezza, giustizia e protezione — è oggi utile solo come caricatura, capro espiatorio della storia.
Questa tendenza non mira alla valorizzazione della donna — che sarebbe auspicabile e cristianamente fondata — ma piuttosto alla sua deificazione. La femminilità odierna non è più quella della Vergine Maria, custode del mistero, umile e forte, sapiente e dolce. È quella della donna-autarchia, della “divina Sophia” postmoderna, che non ha bisogno di nessuno, che rifiuta il maschile come ingombro, che si salva da sé e redime anche il mondo.
Un culto della donna che si appoggia non più su ciò che è davvero femminile — la maternità, l’intuizione, la compassione, la bellezza relazionale — ma su una caricatura maschilizzata e vendicativa della femminilità, che mira a dominare, sottomettere, primeggiare.
Il cristiano, specie se coerente, e dunque sanamente conservatore, non può che interrogarsi: che fine ha fatto la complementarietà tra uomo e donna voluta da Dio nella creazione? Che senso ha la polarità sessuale se ogni differenza è sistematicamente eliminata, e se la mascolinità è associata solo a ignoranza, brutalità e fallimento?
Il secondo pilastro di questa nuova narrazione è l’idolatria dell’“amore diverso”. La coppia omosessuale è rappresentata ovunque, ma non come una realtà accolta, bensì come un archetipo elevato sopra ogni altro. L’amore tra persone dello stesso sesso viene raccontato come puro, eroico, autentico. Tutto ciò che è eterosessuale è invece problematico, inquinato dal sospetto patriarcale o dal tradimento latente. L’amore omosessuale viene ostentato come “nuovo sacramento”, un’epifania moderna che corregge i “peccati” della storia e della religione.
Molti ometteno che l’amore non è definito dalla forza del sentimento o dalla coerenza dell’autopercezione, ma dalla fedeltà alla verità del disegno creaturale. Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha benedetti e ha affidato loro la missione della procreazione, della complementarietà, dell’alleanza sacramentale. Quando l’uomo pretende di riscrivere la Genesi secondo i codici della sensibilità del giorno, non solo tradisce la rivelazione, ma semina caos nella società.
Una cultura senza padri, senza figli, senza verità
Ciò che emerge da questa parabola culturale non è semplicemente una moda passeggera, ma un progetto ideologico radicale: una società senza padri, senza autorità, senza differenze sessuali reali, dove il principio femminile assolutizzato e il culto dell’autodeterminazione sessuale occupano il posto di Dio.
Questa visione è incompatibile con la fede cristiana, ma anche con una sana antropologia naturale.
L’essere umano è maschio e femmina, con vocazioni diverse e complementari. Il bambino ha bisogno del padre e della madre. L’amore non è un costrutto ideologico, ma un riflesso del mistero trinitario, che nella famiglia trova la sua icona vivente.
Davanti a questo panorama, una persona dotata di raziocinio non deve cedere al lamento sterile, ma neppure all’indifferenza. Occorre tornare a formare una cultura alternativa, radicata nella verità sull’uomo e sulla donna, sulla sessualità e sull’amore, sulla famiglia e sulla società. Occorre produrre — e sostenere — narrazioni che ridiano dignità alla figura del padre, che celebrino la bellezza della complementarietà, che non abbiano paura di mostrare la famiglia naturale come un bene necessario, non come una prigione.
Infine, occorre pregare. Perché solo Dio può sciogliere i cuori accecati dall’orgoglio ideologico. Ma occorre anche agire. Educare i nostri figli con spirito critico. Disintossicarci da prodotti culturali tossici. E non vergognarci mai di dire, con dolce fermezza, che «maschio e femmina li creò» non è una frase superata, ma l’atto fondativo della nostra umanità. E sarà così per sempre, nei secoli dei secoli…
Foto di Mabel Amber, da Pixabay
