Le dimissioni di Silvio Berlusconi del 12 novembre 2011 non furono semplicemente l’epilogo di una stagione politica logorata da scandali, tensioni interne e crisi economica: furono, piuttosto, l’esito di un disegno più vasto, di una pressione internazionale concertata nei salotti del potere europeo e nei centri finanziari globali.
Mentre l’Italia veniva travolta dallo spread e la fiducia dei mercati sembrava crollare di ora in ora, dietro le quinte si muovevano interessi che avevano poco a che fare con la stabilità economica e molto con l’egemonia politica. In quei mesi convulsi, Bruxelles, Berlino e Parigi osservavano con crescente fastidio un governo italiano che non intendeva piegarsi completamente alla linea dell’austerità imposta dalla Banca Centrale Europea e sostenuta dalla Germania di Angela Merkel e dalla Francia di Nicolas Sarkozy.
Il celebre vertice di Cannes, con il sorriso ironico dei due leader europei alle spalle del presidente del Consiglio italiano, fu l’immagine plastica di un isolamento studiato e quasi umiliante. Berlusconi rappresentava, agli occhi dei mercati e delle cancellerie, un’anomalia: troppo autonomo, troppo incline a difendere la sovranità economica nazionale, troppo restio ad accettare il commissariamento de facto dell’economia italiana da parte delle istituzioni comunitarie.
Quando le agenzie di rating iniziarono a colpire l’Italia e i grandi fondi internazionali cominciarono a vendere titoli di Stato, non fu solo una dinamica economica: fu un segnale politico, un messaggio indirizzato a Roma.
L’obiettivo era chiaro: forzare un cambio di governo senza passare per le urne, sostituire la legittimità democratica con la tecnocrazia “di fiducia”, incarnata poi da Mario Monti, l’uomo scelto, preparato e già ben visto dalle élite europee e americane. Napolitano svolse in quel frangente un ruolo cruciale, garantendo una transizione che si sarebbe voluta ordinata ma che di fatto sancì l’ingresso diretto dei poteri finanziari nella stanza dei bottoni della politica italiana.
Le dimissioni di Berlusconi, accompagnate dalle ovazioni e dalle piazze festanti, segnarono un momento di rottura nella storia repubblicana: la sovranità nazionale apparve subordinata a forze esterne, e l’Italia scoprì, forse troppo tardi, che i destini di un governo non si decidevano più solo nel Parlamento o nelle urne, ma nei palazzi di Bruxelles, nei consigli d’amministrazione e nei grafici delle borse internazionali.
Dietro l’apparente crisi economica si celava una crisi ben più profonda: quella della democrazia italiana di fronte al potere invisibile dei mercati e della geopolitica europea.
Ne stiamo ancora vivendo le conseguenze…
