Jonas Vingegaard ha confermato, ancora una volta, di essere uno dei più grandi interpreti del ciclismo moderno, conquistando la Vuelta di Spagna (manca la tappa conclusiva di oggi ma arrivare a Madrid, con un percorso pianeggiante, sarà una pura formalità) con la classe e la solidità che ormai da anni lo caratterizzano.
Il corridore danese, già due volte vincitore del Tour de France, ha dimostrato una straordinaria continuità di rendimento, capace di imporsi non soltanto con le accelerazioni brucianti in salita ma anche con la gestione intelligente delle tre settimane di gara, quell’arte sottile che distingue il campione dal semplice fuoriclasse di giornata.
La vittoria sulla Bola del Mundo, in un contesto di altissimo livello competitivo, non è soltanto l’ennesima perla di una carriera già ricchissima, ma rappresenta la certificazione della sua grandezza: Vingegaard è oggi il simbolo del ciclismo a tappe, un atleta completo, disciplinato e determinato, che con il suo stile sobrio e concreto ha conquistato il rispetto degli avversari e l’ammirazione del pubblico.
Sarebbe stato naturale che la Vuelta del 2025 fosse ricordata soprattutto per le sue imprese, per la crescita di giovani talenti come Giulio Pellizzari o per l’ennesima conferma di Filippo Ganna a cronometro, e invece, purtroppo, il racconto sportivo è stato inquinato da vicende estranee alle strade e alle salite che avrebbero dovuto restare protagoniste.
Le continue proteste pro Palestina e gli attacchi strumentali alla squadra Israel-Premier Tech hanno finito per oscurare lo spettacolo sportivo, trasformando una delle corse più belle e difficili del mondo in un palcoscenico di propaganda politica.
Blocchi stradali, tappe accorciate, ciclisti costretti a correre con l’incertezza di non sapere se il percorso previsto sarebbe stato rispettato: tutto questo non è degno né dello sport né del rispetto che si deve agli atleti.
Colpire una squadra soltanto perché porta il nome di Israele è un gesto discriminatorio e vergognoso, una forma di intolleranza, o per meglio dire di antisemitismo, che nulla ha a che vedere con il legittimo diritto di manifestare.
Il ciclismo è da sempre sport di apertura, di fratellanza e di confronto leale tra popoli e culture diverse, e ridurlo a strumento di attacco politico è un insulto alla sua storia e alla sua natura.
Le contestazioni, culminate nella scelta della Israel-Premier Tech di togliere dal proprio nome il riferimento a Israele, rappresentano un cedimento grave e pericoloso, perché sanciscono la vittoria della pressione ideologica sulla libertà e sull’identità di una squadra sportiva.
Che tutto questo sia accaduto in Spagna, paese notoriamente vicino alla causa palestinese, non giustifica minimamente l’aver trasformato un evento ciclistico internazionale in un campo di battaglia simbolico.
Chi ama il ciclismo non può che condannare senza esitazione queste derive, che offendono gli atleti, privano il pubblico di spettacolo e creano una tensione estranea al contesto sportivo.
La Vuelta 2025 dovrebbe restare negli annali per la grandezza di Vingegaard, per la speranza accesa dal giovane Pellizzari e per il talento senza tempo di Ganna, non per la vergogna di proteste che nulla hanno portato se non divisioni e odio.
È doveroso riconoscere che lo sport merita di essere difeso da tali strumentalizzazioni, perché ogni volta che l’agonismo viene piegato agli interessi ideologici, a perderci non è solo la competizione, ma il senso stesso della convivenza civile.
Jonas Vingegaard, con la sua maglia rossa conquistata con fatica e con gloria, rappresenta l’unica immagine che dovremmo serbare di questa edizione: quella di un campione che vince sulle strade, non nelle piazze agitate dall’odio politico.
Giuseppe Canisio
