Il 22 gennaio 1973, con la sentenza Roe vs Wade, si consumò una delle più gravi fratture morali e giuridiche della storia contemporanea, perché una Corte chiamata a custodire la giustizia trasformò un atto intrinsecamente ingiusto in un presunto diritto, spalancando la porta a un’epoca in cui milioni di vite umane, invisibili ma reali, sono state soppresse prima ancora di poter emettere un vagito, e dal punto di vista umano questo non è un semplice errore legislativo ma una ferita profondissima inflitta alla legge naturale e alla dignità della persona, poiché la Chiesa insegna con chiarezza che la vita umana è sacra dal concepimento alla morte naturale e che nessuna autorità, nessun tribunale, nessuna maggioranza può arrogarsi il potere di decidere chi meriti di vivere e chi no.
Roe vs Wade non si limitò a liberalizzare una pratica medica, ma ridefinì il significato stesso di essere umano, riducendo il nascituro a un oggetto privo di diritti e la madre a un’arbitra assoluta su una vita che non le appartiene, creando una cultura in cui l’aborto viene presentato come soluzione a problemi sociali, economici o personali che invece avrebbero bisogno di solidarietà, di sostegno e di responsabilità condivisa, e in questa prospettiva la sentenza ha prodotto non solo una tragedia numerica, con milioni di bambini mai nati, ma anche una devastazione spirituale, perché ha assuefatto le coscienze all’idea che eliminare il più debole possa essere un atto legittimo, quando invece, alla luce del Vangelo, è precisamente il contrario, è un tradimento radicale del comandamento “Non uccidere” e dell’insegnamento di Cristo che si identifica con i piccoli, con gli indifesi, con coloro che non hanno voce.
La dottrina cattolica, espressa con forza da papi, concili e dal magistero costante, ricorda che ogni essere umano, anche allo stadio embrionale, porta in sé l’immagine di Dio e possiede una dignità infinita che nessuna circostanza può cancellare, e per questo l’aborto non è mai un atto di libertà ma una violenza, non è mai una conquista ma una sconfitta della civiltà, non è mai una soluzione ma un’ingiustizia che grida al cielo, e Roe vs Wade, legittimandolo su vasta scala, ha contribuito a costruire una cultura dello scarto in cui i più fragili vengono sacrificati sull’altare dell’autonomia individuale.
Condannare questa sentenza non significa mancare di compassione verso le donne che si trovano in situazioni difficili, al contrario significa riconoscere che la vera misericordia non passa per la soppressione di una vita innocente ma per l’accompagnamento, l’aiuto concreto, la protezione di madre e figlio insieme, e proprio per questo la Chiesa continua a proclamare, anche controcorrente, che ogni bambino concepito è un dono e che una società giusta si misura dal modo in cui difende chi non può difendersi, perciò il 22 gennaio 1973 rimane una data di lutto morale che deve spingere le coscienze a una profonda conversione, a un rinnovato impegno per la vita e a una ferma opposizione a ogni legge che, come Roe vs Wade, pretenda di trasformare l’uccisione dei nascituri in un diritto, perché senza il riconoscimento del diritto fondamentale alla vita ogni altro diritto diventa vuoto e ogni civiltà, per quanto tecnologicamente avanzata, scivola verso una barbarie mascherata da progresso.
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