Continuano le manifestazioni di piazza in Serbia. La scorsa notte almeno 18 persone sono state arrestate a Belgrado e in altre città durante proteste contro il governo, a nove mesi dal crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato la morte di 16 persone.
Secondo quanto riportato dal ministero dell’Interno, gli episodi più gravi si sono verificati a Valjevo, Belgrado e Novi Sad. In particolare, a Valjevo sono state danneggiate e incendiate le sedi locali del Partito progressista serbo, partito al governo.
Il ministro Ivica Dacic ha dichiarato che all’interno degli edifici non si trovava nessuno e ha ribadito che “tutti coloro che hanno violato la legge saranno puniti”. Le proteste, organizzate da settimane dalle forze di opposizione, chiedono lo svolgimento di elezioni anticipate.
Il malcontento è cresciuto dopo la nomina a premier di Djuro Macut, subentrato ad aprile a Milos Vucevic, dimessosi a seguito delle polemiche legate al crollo della tettoia di Novi Sad. Tra le contestazioni figurano anche le accuse di uso eccessivo della forza da parte della polizia nelle recenti manifestazioni, in cui si sono registrati numerosi arresti e il ferimento di agenti e manifestanti.
Il presidente Aleksandar Vucic ha dichiarato che lo Stato “è più forte di qualsiasi protesta” ed ha elogiato le forze dell’ordine per il loro operato. Pur non escludendo la possibilità di elezioni anticipate, ha affermato che queste si terranno “quando necessario”, ribadendo la volontà di rimanere in carica fino alla fine del suo mandato, prevista per il 2027.
Nelle ultime ore il capo dello Stato ha inoltre chiesto alle forze di sicurezza di intensificare le misure contro la violenza nelle piazze, ma ha escluso la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Secondo Vucic, la procedura sarebbe complessa e al momento non ritenuta necessaria, poiché le misure già in vigore sarebbero sufficienti a gestire la situazione.
Secondo alcuni politici serbi queste proteste sarebbero la manifestazione di un disegno esterno, volto a destabilizzare la Serbia e distruggere la stabilità democratica, un tentativo di rivoluzione colorata orchestrata dall’Occidente.
Il Presidente Vučić si presenta come garante della stabilità, deciso a difendere la democrazia serba da minacce interne e straniere, forte delle sue alleanze strategiche — in particolare con Russia e Cina — che contrappone alla sua aspirazione di avvicinare la Serbia all’UE. Le sue dichiarazioni oscillano tra fermezza nell’uso della forza e aperture al dialogo, rappresentando una leadership che rivendica il diritto di difendere l’ordine e la sovranità nazionale.
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