Le recenti indagini condotte presso il sito di Durupınar, nei pressi del Monte Ararat, hanno riacceso un dibattito che da oltre mezzo secolo divide studiosi e appassionati: quello sull’eventuale identificazione dei resti dell’Arca di Noè. Un gruppo di ricercatori statunitensi sostiene infatti di aver individuato anomalie sotterranee compatibili con una struttura artificiale, grazie all’impiego di tecnologie come il georadar e la termografia infrarossa.
Secondo quanto dichiarato da Andrew Jones, fondatore del progetto Noah’s Ark Scans, le rilevazioni avrebbero messo in luce una rete di tunnel situati a circa quattro metri di profondità, con un’altezza prossima ai due metri. Tali cavità sembrerebbero svilupparsi lungo l’asse centrale della formazione e lungo il suo perimetro interno, delineando una struttura che ricorda lo scafo di una nave e convergendo in una sorta di camera centrale. L’ipotesi avanzata dal team è che tali caratteristiche siano difficilmente spiegabili come semplice fenomeno naturale.
Ulteriori elementi a sostegno di questa interpretazione deriverebbero dalle analisi del suolo, che avrebbero evidenziato una concentrazione di materia organica significativamente superiore all’interno della formazione rispetto al terreno circostante. Questo dato, secondo i ricercatori, potrebbe indicare la presenza di antichi residui biologici o materiali di origine non naturale. A ciò si aggiunge il ritrovamento di fossili marini, come conchiglie e coralli, che suggerirebbero come l’area sia stata sommersa in epoche remote, un aspetto spesso richiamato in relazione al racconto del diluvio contenuto nel Libro della Genesi.
Il sito di Durupınar è noto fin dal 1959, quando il capitano turco İlhan Durupınar individuò dall’alto una formazione dalla sagoma sorprendentemente simile a quella di un’imbarcazione. Questa somiglianza, visibile anche senza strumenti sofisticati, ha alimentato per decenni speculazioni e studi. Inoltre, la lunghezza della struttura – circa 157 metri – è stata spesso messa in relazione con le dimensioni dell’Arca descritte nella Bibbia, pari a 300 cubiti, ossia circa 133 metri.
Nonostante queste suggestioni, gran parte della comunità scientifica considera la questione sostanzialmente risolta. Già negli anni Novanta, studi pubblicati su riviste specializzate avevano concluso che le presunte tracce artificiali fossero in realtà il risultato di processi geologici naturali, come sedimenti e minerali vulcanici ossidati. Tali conclusioni hanno portato molti geologi a escludere qualsiasi intervento umano o struttura costruita.
Jones e il suo team, tuttavia, ritengono che le nuove tecnologie possano offrire una prospettiva diversa. La prossima fase del progetto prevede l’introduzione di un robot all’interno dei tunnel individuati, con l’obiettivo di ottenere immagini dirette e raccogliere campioni senza ricorrere immediatamente a scavi invasivi. Gli stessi ricercatori sottolineano come l’archeologia sia una disciplina intrinsecamente distruttiva e richieda pertanto un approccio prudente e ben documentato prima di qualsiasi intervento sul campo.
Il sito continua così a suscitare interesse e curiosità, anche al di fuori dell’ambito accademico, come dimostrano documentari e pubblicazioni che negli anni hanno cercato di fare luce sulla questione. Resta ora da vedere se i nuovi dati riusciranno a superare il vaglio della comunità scientifica internazionale o se, ancora una volta, il mistero del Durupınar resterà sospeso tra suggestione e realtà.
