Un articolo della rivista vaticana femminista “Donne Chiesa Mondo” (VEDI QUI), in opposizione a duemila anni di Magistero ecclesiale e a una corretta esegesi biblica, a firma della “teologa” Marinella Perroni (nella foto), avanza un emblematico tentativo di riscrittura esegetica che, in nome di una presunta rilettura storico-critica e femminista, finisce per demolire le fondamenta stesse della dottrina cattolica sul peccato originale, sulla natura del demonio e sull’economia della Salvezza.
Il tentativo di smantellare la figura di Satana dal racconto di Genesi 3 e di riabilitare la trasgressione di Eva come un atto di “coraggio teologico” costituisce una grave deviazione eterodossa, una eresia vera e propria, smentita tanto dal Magistero costante della Chiesa quanto dal consenso dei Padri e dalla stessa Scrittura rettamente intesa.
L’autrice esordisce riducendo il serpente a un mero animale insidioso della cultura nomadica e il racconto dell’Eden a un mito sapienziale sulle contraddizioni dell’esistenza.
Questa impostazione, che nega la presenza reale di una potenza demoniaca all’origine della caduta, dimentica che la Tradizione della Chiesa ha sempre scorto nel serpente lo strumento o l’incarnazione di Satana.
Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 391), dietro la voce del serpente si cela in realtà l’angelo caduto, Lucifero, che per invidia ha spinto l’uomo alla ribellione.
Ridurre l’Eden a una semplice metafora della vita morale significa svuotare di senso l’evento storico-salvifico della Caduta, trasformando il dramma del peccato in una semplice e ineludibile condizione della finitezza umana.
Ancor più inaccettabile è la ridefinizione che l’articolo opera del gesto di Eva, descritto quasi con ammirazione come il diritto di negoziare con Dio e di rivendicare la propria autonomia scientifica e morale.
Questo è esattamente l’inganno primordiale instillato dal Demonio: il non serviam e la tentazione dell’eritis sicut Dii (“diventerete come Dio”).
L’autrice definisce la ricerca di essere come Dio un “anelito irrinunciabile” e non un peccato; per la fede cattolica, invece, il desiderio di autostabilire il bene e il male recidendo il legame di obbedienza con il Creatore è l’essenza stessa dell’atto demoniaco.
Promuovere la disubbidienza a virtù d’ingegno o a un “punto di non ritorno” nella presa di coscienza umana significa fare il gioco del Sovvertitore, trasformando la superbia — radice di tutti i vizi — in una tappa di maturazione.
L’articolo prosegue poi nell’attaccare l’iconografia cristiana tradizionalmente espressa anche nell’opera cinematografica di Mel Gibson, dove il demonio assume fattezze androgine e il serpente evoca la tentazione.
L’autrice vi legge una misoginia strutturale, ma la demonologia cattolica ha sempre insegnato che il Maligno sfrutta le realtà create e le inclinazioni umane per sedurre.
La colpa di Eva non risiede nella sua natura femminile, ma nell’aver prestato orecchio al Tentatore prima e invece che a Dio, facendosi poi tramite della tentazione per Adamo.
Sminuire il ruolo della donna nella prima trasgressione equivale a falsificare la Parola di Dio: san Paolo, nelle sue Lettere (in particolare in 1 Timoteo 2,14), non esprime un pregiudizio patriarcale della sua epoca, come sostiene erroneamente la Perroni, ma trasmette sotto l’ispirazione dello Spirito Santo una verità rivelata sulla dinamica della tentazione e dell’ordine creazionale.
Particolarmente fuorviante è la pretesa dell’articolo che la figura di Satana sia un’invenzione tardiva, penetrata nel giudaismo solo dal VI secolo a.C. e consolidatasi in epoca ellenistica.
Questa visione storicista nega la progressività della Rivelazione divina e scollega l’Antico dal Nuovo Testamento.
La Chiesa ha sempre insegnato la perfetta continuità e armonia tra la Genesi e l’Apocalisse: il “serpente antico” di Genesi è esplicitamente identificato con il Dragone e il Diavolo nel testo apocalittico (Ap 12,9).
Negare la presenza del Diavolo nella Genesi solo perché il termine non compare letteralmente significa cadere in un letteralismo miope che nega l’ispirazione divina e la lettura tipologica della Bibbia, attraverso la quale il Nuovo Testamento svela ciò che nell’Antico era velato.
Infine, la svalutazione del concetto di Peccato Originale operata nell’articolo — riducendo la trasgressione a una mera “tensione tra l’uomo e la divinità” e limitando il peccato biblico solo alle infedeltà storiche e politiche d’Israele — colpisce al cuore il dogma cattolico della Redenzione.
Se la trasgressione alle origini non è stato un vero e proprio peccato di superbia e disubbidienza commesso dai primi genitori, che ha corrotto la natura umana e introdotto la morte spirituale e fisica nel mondo, viene meno la necessità stessa dell’Incarnazione, della Passione e della Risurrezione di Gesù Cristo.
Cristo è il Nuovo Adamo e Maria è la Nuova Eva proprio perché, con la loro perfetta obbedienza, hanno riparato il danno incalcolabile prodotto dal libero e colpevole assenso di Adamo ed Eva al suggerimento demoniaco.
In conclusione, il testo di Marinella Perroni, dietro la facciata di un’emancipazione ermeneutica e di una critica al presunto patriarcato ecclesiastico, ripropone la più antica e insidiosa delle illusioni teologiche: quella di giustificare la ribellione dell’uomo contro Dio.
Svuotando Genesi 3 della sua drammaticità demoniaca e dogmatica, l’articolo non fa che relativizzare il male, declassare Satana a una costruzione culturale tardiva ed estromettere dalla coscienza dei fedeli la reale e costante lotta spirituale contro le forze delle tenebre che minacciano la salvezza delle anime.
