Cesare Terranova e Antonino Saetta sono due nomi che, troppo spesso dimenticati nei racconti pubblici sulla lotta alla mafia, rappresentano invece pilastri morali e giuridici di un’Italia che ha saputo – e voluto – resistere alla violenza criminale anche a costo della vita.
Il 25 settembre, in due anni diversi ma con lo stesso tragico epilogo, la mafia decise di spegnere la voce e l’opera di due magistrati che avevano scelto con chiarezza da che parte stare: dalla parte dello Stato, della legalità, della verità.
Cesare Terranova fu magistrato in Sicilia in tempi in cui parlare apertamente di mafia era considerato un atto di temerarietà, quando perfino nei tribunali si evitava di nominare Cosa Nostra come organizzazione criminale strutturata.
Giudice istruttore a Palermo negli anni Cinquanta e Sessanta, Terranova fu tra i primissimi a intuire e descrivere la mafia come una rete di potere economico, politico e militare, andando ben oltre la vulgata folcloristica del “mafioso onorevole” o del criminale rurale.
I suoi atti istruttori, tra cui quello sul famigerato “caso Notarbartolo” e le indagini su Luciano Liggio e i Corleonesi, sono ancora oggi documenti fondamentali per comprendere l’evoluzione di Cosa Nostra.
Eppure, nonostante il suo coraggio e la sua lucidità, lo Stato non fu in grado di proteggerlo: la sua carriera venne ostacolata, fu lasciato solo, e alla fine, il 25 settembre 1979, fu assassinato insieme al maresciallo Lenin Mancuso, proprio mentre cercava di rientrare in magistratura dopo una parentesi come deputato.
Nove anni dopo, quasi nello stesso giorno, la mafia colpì di nuovo, uccidendo un altro magistrato simbolo: Antonino Saetta.
Anche lui siciliano, anche lui magistrato integerrimo, noto per la sua discrezione, la sua fermezza e per una carriera irreprensibile passata tra le corti d’appello e i processi più delicati della regione.
A differenza di altri, Saetta non amava le luci dei riflettori, e forse proprio per questo fu considerato particolarmente pericoloso: non era facilmente attaccabile, non aveva ambizioni politiche, non si piegava alle pressioni.
Aveva presieduto processi importanti, tra cui quelli contro i boss dell’agrigentino e in particolare quelli legati alla cosca dei Grassonelli, collegati ai Corleonesi. Si preparava a presiedere il maxiprocesso d’appello contro Michele Greco e gli altri capi di Cosa Nostra, un compito che, evidentemente, i mafiosi non intendevano permettere.
La sera del 25 settembre 1988, mentre rientrava a Palermo da Canicattì con suo figlio Stefano, venne assassinato in un agguato vigliacco e brutale. Non uccisero solo un magistrato, ma anche un figlio, un giovane innocente, per lanciare un messaggio di terrore che coinvolgesse la sfera più intima della vita di chi osava contrastarli.
Oggi, a distanza di decenni, ciò che colpisce nella memoria di Terranova e Saetta non è solo la loro morte, ma la vita che hanno condotto: sobria, coerente, silenziosamente eroica. Non cercarono mai medaglie né onori, non gridarono mai vendette, non si prestarono a compromessi. Furono uomini dello Stato nel senso più alto e nobile del termine, animati da un’idea etica della giustizia che oggi sembra quasi anacronistica. In tempi in cui le istituzioni traballavano, in cui la politica spesso strizzava l’occhio a poteri oscuri, in cui la magistratura era attraversata da paure e ambiguità, loro rimasero saldi, incorruttibili, scomodi. Per questo furono eliminati.
Ed è per questo che oggi, il 25 settembre, dovrebbe essere una giornata di riflessione nazionale, una data segnata in rosso sul calendario civile, perché racconta con cruda chiarezza quanto è costata – e quanto ancora costa – la lotta alla mafia.
Ma soprattutto ci ricorda che esistono italiani che hanno saputo opporsi alla barbarie non con le parole, ma con le azioni. Ed è il loro esempio, non la loro morte, ciò che deve continuare a vivere.
