Il 20 settembre 1793, in una Francia già sconvolta dal sangue della Rivoluzione, il Comitato di Salute Pubblica approvava quello che i suoi promotori consideravano un “atto di liberazione” e che invece la storia deve riconoscere come una delle follie più emblematiche di quell’epoca: l’introduzione del cosiddetto calendario rivoluzionario.
Non si trattava di una semplice modifica formale, né di una riforma “razionale” per migliorare il computo del tempo: era un gesto di distruzione, un colpo assestato deliberatamente al cuore della civiltà cristiana, che da oltre un millennio regolava i giorni e le settimane sull’evento fondativo della storia, l’Incarnazione e la Risurrezione di Cristo.
Il calendario rivoluzionario nasceva con un chiaro intento: cancellare Dio dal tempo e quindi cancellare l’uomo dal suo vero destino eterno. La settimana di sette giorni, segnata dal riposo domenicale, memoriale della Risurrezione e centro della vita del popolo cristiano, fu abolita e sostituita da una “décade” di dieci giorni, al termine della quale non vi era più il giorno del Signore, ma un freddo “decadi”, un giorno di riposo che non aveva alcuna radice spirituale e che costringeva il popolo a un ciclo lavorativo più lungo, spietato, disumano, dove l’uomo era ridotto a ingranaggio produttivo e non più pellegrino verso l’eternità.
Non solo: i mesi furono ribattezzati con nomi che volevano esaltare la natura, ma che in realtà erano caricature poetiche di scarsa ispirazione, tentativi di sostituire con un’estetica artificiale la ricchezza simbolica della tradizione cristiana.
Così gennaio diventava Nivôse, il “nevoso”; febbraio si trasformava in Pluviôse, il “piovoso”; marzo in Ventôse, il “ventoso”; aprile in Germinal, il mese della “germinazione”; maggio in Floréal, il mese dei “fiori”; giugno in Prairial, il mese dei “prati”; luglio in Messidor, il mese della “mietitura”; agosto in Thermidor, il mese del “calore”; settembre in Fructidor, il mese dei “frutti”; ottobre in Vendémiaire, il mese della “vendemmia”; novembre in Brumaire, il mese delle “nebbie”; dicembre in Frimaire, il mese delle “brine”.
Persino i giorni furono violentati da questa furia iconoclasta: non più santi a scandire le date, non più il ricordo dei martiri e delle feste liturgiche, ma il ridicolo tentativo di sostituire ciascun giorno con il nome di un animale, di una pianta o di un attrezzo agricolo, come se la memoria dell’eterno potesse essere sostituita dalla banalità dell’immanente.
Il calendario rivoluzionario non fu dunque una curiosità storica, ma un atto di violenza culturale, spirituale e antropologica: era la proclamazione che l’uomo poteva fare a meno di Dio, che il tempo poteva essere rifondato su basi puramente politiche e ideologiche, che l’ordine divino poteva essere riscritto secondo l’arbitrio del potere.
Eppure, proprio in questo atto di arroganza totale possiamo scorgere l’anticipazione delle moderne ideologie che oggi chiamiamo “woke”: come allora si volle abolire la settimana cristiana, oggi si vuole abolire la distinzione naturale tra uomo e donna; come allora si volle riscrivere i mesi e i giorni, oggi si vogliono riscrivere i linguaggi, imporre pronomi artificiali, purgare la letteratura e la storia di ciò che non si conforma all’ideologia dominante; come allora si decapitava simbolicamente il tempo cristiano, oggi si vogliono decapitare statue, abbattere monumenti, cancellare la memoria.
È la stessa logica: creare un “uomo nuovo” privato delle sue radici, della sua storia e della sua fede, plasmato interamente dal potere e sottomesso a un dogma ideologico che non tollera contraddizione. Il calendario rivoluzionario fallì miseramente, perché nessun popolo può vivere senza Dio, senza un legame con l’eternità, senza un ordine naturale che dia senso al tempo che scorre. Ma la sua lezione resta: ogni volta che l’uomo pretende di rifondare il tempo, il linguaggio o la natura stessa a partire dal nulla, finisce per precipitare nella barbarie.
Dietro l’apparente poesia di quei nomi, dietro l’apparente razionalità della “décade”, si celava il volto feroce dell’anticristianesimo, lo stesso che oggi si maschera sotto le parole di inclusione e progresso. È per questo che ricordare il 20 settembre 1793 non è un mero esercizio storico, ma un ammonimento vivo: chi vuole rifare il calendario, chi pretende di rifare la realtà, in realtà vuole rifare l’uomo contro Dio, e dunque inevitabilmente condanna se stesso e la società alla follia.
