Il 20 settembre 1870, con la breccia di Porta Pia, non si compì semplicemente un episodio militare, né soltanto l’atto conclusivo di una strategia politica volta a completare l’unità d’Italia: si consumò un sacrilegio, si perpetrò un attentato al cuore stesso della Cristianità, si realizzò un progetto a lungo cullato da forze oscure e nemiche di Cristo.
La conquista di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia, sostenute e celebrate dalle potenze liberali europee, non fu che l’esecuzione finale di un disegno preparato da decenni dalla massoneria internazionale, convinta che solo privando il Papa della sua sovranità temporale la Chiesa avrebbe perso la libertà di parola e di azione, diventando così una voce sterile e facilmente manipolabile dai governi moderni.
Non è un caso che gli stessi protagonisti del Risorgimento fossero, in gran parte, affiliati a logge massoniche o sostenuti da esse: Cavour, Mazzini, Garibaldi erano uomini profondamente legati a quell’universo segreto che sognava un’Europa senza trono e senza altare, un mondo fondato sull’“autonomia” dell’uomo e sull’espulsione di Dio dalla sfera pubblica.
Né è un caso che la stampa massonica in Francia, in Inghilterra e perfino negli Stati Uniti esultasse al crollo del potere temporale dei papi, riconoscendo in esso un segnale che il secolare nemico, il Papato, era stato finalmente colpito al cuore.
Pio IX, il grande Pontefice che aveva già denunciato con fermezza l’errore del liberalismo e del razionalismo, comprese subito la portata del colpo inferto. Non si trattava di una semplice perdita territoriale, ma dell’attacco all’indipendenza stessa del Papato. Nella sua allocuzione Respicientes ea omnia del 1° novembre 1870, egli denunciava con parole chiarissime l’ingiustizia consumata: «Abbiamo protestato e protestiamo solennemente contro questa occupazione iniqua e violenta, opera dei settari e dei nemici di Dio, che congiurano contro la sua Chiesa e contro questa Sede Apostolica».
Egli non esitò a qualificare l’atto come usurpazione e sacrilegio, indicando apertamente nei “settari” — cioè la massoneria — i veri registi della tragedia. E già vent’anni prima, nella celebre enciclica Quanta cura (1864), accompagnata dal Sillabo, lo stesso Pio IX aveva condannato i principi della modernità anticristiana, che nella breccia di Porta Pia trovarono una loro drammatica realizzazione: il rifiuto dell’autorità della Chiesa, l’esaltazione di uno Stato assoluto e secolarizzato, l’idolatria della nazione contrapposta all’universalità cattolica.
È necessario comprendere come la massoneria avesse interesse diretto a colpire il potere temporale. Finché il Papa regnava su uno Stato indipendente, nessuna potenza poteva condizionarlo o ridurlo a strumento politico. L’indipendenza territoriale era garanzia della libertà spirituale. Spezzando questo legame, le logge perseguivano l’obiettivo di confinare il Papato entro i muri di un palazzo, riducendolo a prigioniero, illudendosi di renderlo innocuo.
Le potenze straniere — dalla Francia anticlericale, all’Inghilterra protestante e coloniale, alla Germania bismarckiana impegnata nella Kulturkampf — guardavano con favore e complicità al colpo inferto, perché tutte vedevano nella Chiesa un ostacolo ai loro disegni di dominio.
Non a caso, la letteratura massonica dell’epoca salutò il 20 settembre come una “liberazione dell’umanità” dalla tirannia dei papi, ripetendo lo stesso linguaggio menzognero che ancora oggi viene usato contro Roma e la sua missione universale.
Eppure, la forza della Chiesa si manifestò proprio nell’umiliazione. Pio IX, “prigioniero del Vaticano”, non riconobbe mai la legittimità dell’usurpazione e respinse con fermezza la cosiddetta Legge delle Guarentigie, che pretendeva di concedere alla Santa Sede una libertà “fittizia”, subordinata al potere dello Stato italiano. Egli preferì la condizione di prigionia a quella di complicità, mostrando così che la libertà della Chiesa non può essere concessa dagli uomini, ma viene solo da Dio e dalla sua stessa natura divina.
La protesta di Pio IX fu un atto profetico che aprì la strada al futuro magistero antimassonico, culminato con Leone XIII e l’enciclica Humanum genus (1884), nella quale la massoneria venne smascherata come «setta nefasta» e «sinagoga di Satana», decisa a rovesciare l’ordine cristiano e a sostituirlo con un ordine fondato sull’ateismo e sull’indifferentismo religioso.
Il 20 settembre 1870 non è quindi una semplice data della storia italiana, ma il simbolo di un’offensiva globale, coordinata e lucida, contro il Papato e contro la Chiesa universale, che trova nella massoneria il suo motore ideologico e organizzativo.
Oggi, più che mai, sotto il Pontificato di Papa Leone XIV, ricordare quella data significa smascherare la vera natura delle moderne ideologie che, con altri nomi e altre maschere, proseguono lo stesso disegno: ridurre la Chiesa al silenzio, separare i popoli dalle loro radici cristiane, proclamare l’autonomia assoluta dell’uomo contro Dio.
Il sangue dei soldati pontifici caduti a Porta Pia, la fermezza di Pio IX, la resistenza dei cattolici che non si piegarono alla retorica risorgimentale sono per noi un monito e un esempio: non si può servire Cristo e le logge, non si può difendere la fede e nello stesso tempo applaudire ai trionfi della massoneria.
Il 20 settembre resta, per il vero cattolico, una data di lutto, di memoria dolorosa, ma anche di speranza: la speranza che, come accadde dopo tante umiliazioni inflitte alla Chiesa nei secoli, anche questa ferita sarà trasfigurata dalla fedeltà del Popolo di Dio e dalla vittoria finale di Cristo Re, che nessuna breccia, nessuna loggia, nessuna potenza umana potrà mai abbattere.
