Il 30 dicembre 1953, con la messa in vendita del primo televisore a colori al prezzo di circa 1.175 dollari, si inaugurò simbolicamente una nuova fase della modernità, apparentemente innocua e promettente, che nel giro di pochi decenni avrebbe però trasformato profondamente, e spesso devastato, il tessuto morale, culturale e spirituale delle società occidentali e non solo.
La televisione, nata come strumento di informazione, educazione e intrattenimento, si è progressivamente rivelata uno dei più potenti veicoli di omologazione, banalizzazione e corruzione morale mai esistiti, capace di entrare quotidianamente nelle case, di modellare mentalità, linguaggi, desideri e valori senza alcun contraddittorio reale. In Italia, come nel resto del mondo, la TV ha contribuito a dissolvere il senso del limite, del pudore e della responsabilità, sostituendo la qualità con l’audience, la verità con lo spettacolo, la riflessione con l’emozione immediata. Il passaggio dal bianco e nero al colore non è stato solo un progresso tecnico, ma il simbolo di una seduzione sempre più raffinata, che ha reso l’immagine sovrana e la parola accessoria, favorendo una cultura dell’apparenza in cui ciò che conta non è ciò che è vero o giusto, ma ciò che colpisce, scandalizza o intrattiene. Programmi costruiti sulla volgarità, sulla derisione, sull’esibizione dell’intimità e sulla mercificazione del corpo hanno progressivamente eroso il senso del sacro, del silenzio e della profondità, normalizzando comportamenti un tempo riconosciuti come degradanti e presentandoli come segni di libertà o modernità. La televisione ha spesso svolto il ruolo di megafono del potere politico, economico e culturale, orientando il consenso, anestetizzando le coscienze, trasformando il cittadino in spettatore passivo, più incline a subire che a pensare, più disposto a consumare che a giudicare. In Italia, l’intreccio tra TV, pubblicità e intrattenimento ha contribuito in modo decisivo a una mutazione antropologica, riducendo l’uomo a consumatore e la donna a oggetto, svuotando il linguaggio, ridicolizzando l’autorità educativa, delegittimando la famiglia e presentando il relativismo morale come unica forma di tolleranza possibile. A livello globale, la televisione ha uniformato culture diverse, cancellato specificità locali, imposto modelli di vita artificiali e irraggiungibili, generando frustrazione, alienazione e un desiderio perenne di ciò che non si è e non si ha. La logica televisiva, fondata sull’immediatezza e sulla semplificazione estrema, ha reso difficile ogni discorso serio, complesso o controcorrente, relegando il pensiero critico ai margini e premiando la superficialità come virtù. Il televisore a colori, simbolo di progresso e benessere, si è così trasformato nel tempo in una finestra deformante sul mondo, capace di abituare intere generazioni a una realtà filtrata, manipolata e spesso moralmente impoverita, dove il male viene banalizzato, il bene ridicolizzato e la verità relativizzata. Il 30 dicembre 1953 segna dunque non solo una tappa della storia tecnologica, ma l’inizio di un processo che ha reso la corruzione morale non più un’eccezione scandalosa, bensì uno spettacolo quotidiano, normalizzato e perfino applaudito, davanti al quale l’uomo moderno rischia di smarrire definitivamente la capacità di distinguere ciò che eleva da ciò che degrada.
